Cellini3Mi sono chiesta spesso in questi non pochi anni che mi separano dai tempi della tesi, perché, trovando il circo noioso e Pinocchio detestabile, mi sia piaciuto e continui a piacermi il cinema di Terry Gilliam.

Certo, molto sta nel fatto che è un cinema che non si esaurisce in queste due fonti d'ispirazione, per quanto il regista non se le scordi mai quando gli tocca rispondere a qualche domanda sul tema. Ma due sono le ragioni per cui i suoi film sono gli unici che avrei voluto dirigere se mai avessi avuto una qualche velleità in questo senso: al contrario di molto cinema celebrato in cui l'immagine (per quanto curata e complessa e forse pure più borghesemente elegante) va al traino della parola, qui il linguaggio visivo e la narrazione visuale sono autonomi e senza alcuna complesso di inferiorità verso il Verbo. Ma soprattutto il cinema non è un fine in se stesso ma uno scopo per raggiungere un fine, ovvero raccontare, mostrandola, una storia. Non c'è mistica del cinema, non c'è ortodossia. Se non è cinematograficamente ateo, Gilliam è laico o, eventualmente, eretico o sincretico – tutte cose che mi piacciono immensamente.

Cellini1E mi piacciono al punto che va bene, teniamoci il circo e Pinocchio e pure l'opera lirica. Se c'è qualcosa che mi disturba profondamente infatti è la gente che canta sopra la musica strumentale. Non importa se canta bene o male e non importa su quale musica canta, non importa neppure se sia Madonna o la Callas: le due cose insieme mi confondono. In più il canto lirico, così enfatico, mi trasmette un'incombente sensazione di cataclisma: da un momento all'altro quelle casse toraciche potrebbero esplodere inzaccherandomi di sangue e frattaglie come al torneo di Jabberwocky. Dunque, con un sentimento di paura, disgusto e cautela sono andata ad assistere a questa diretta satellitare del Benvenuto Cellini di Berlioz, a malapena capace di distinguere il tenore dal basso ma ragionevolmente capace di distinguere le Carceri di Piranesi dal nero e dall'oro della Morte barocca. Che poi era l'unica cosa di cui mi importava.

Quando ero più giovane, incosciente, ignorante e saccente (come si conviene a ogni studente dabbene), ho creduto che fosse possibile rubricare tutte le citazioni visive presenti nei film di Gilliam. Ma si tratta di un'impresa assurda e vana, pari solo alla ricerca del Graal. Inoltre, nel tempo, ho cominciato a sospettare che tutta questa massa di immagini non stia ferma ma cresca e muti dentro i film i quali, probabilmente, sono più grandi all'interno, come il Tardis. Enormi gallerie ideali, nelle quali è esposto un campionario di immagini alte e basse, note e anonime, letterali o parodiche. Il frammento di vita di Benvenuto Cellini, ambizioso, spericolato e ammirevole talento, si presta particolarmente bene ad allargare il catalogo: sul confine tra i Carnevale e la Quaresima lo scultore deve portare a termine una commessa di straordinario valore e contemporaneamente guadagnarsi l'amore diTeresa, figlia del tesoriere papale e già promessa al più affidabile – e dunque pedante e noioso – Fieramosca. L'opera è semi-seria: ci sono momenti drammatici ma poi tutto finisce in gloria: il talento è riconosciuto, l'amore trionfa. E già questo è clamoroso, perché probabilmente è l'unico caso di una regia di Gilliam in cui l'amore trionfa senza che sia la proiezione fantastica di una mente ferita o senza che il trionfo sia costato la morte fisica di qualcuno.

Cellini2Come già detto non sono in grado di valutare la qualità dell'esecuzione: a me è parsa buona, il folto pubblico londinese del Coliseum è sembrato soddisfatto, quello goriziano del Kinemax era così esiguo che non si è espresso collettivamente. Per quello che mi compete si tratta di un'opera complessivamente facile da seguire, gradevole da ascoltare, di scarso successo all'esordio e mai veramente conclusa visto che Berlioz – e l'amico Liszt – ci hanno rimesso le mani più volte. Le analogie tra uno qualsiasi dei film di Gilliam e la gestazione laboriosa di quest'opera non sono difficili da trovare. E non sono le sole perché le affinità proseguono nel personaggio di Cellini stesso.

L'idea di fare qualcosa di straordinario, di non valutare esattamente il peso della committenza, dei tempi e dei fondi, o valutarli e subire un rovescio di fortuna; la consapevolezza del valore del lavoro artigianale, capace di trasformare lo sporco e il sudore in oro splendente; una certa arroganza (quel vanaglorioso del papa, quegli imbecilli di Hollywood) e l'incapacità benedetta di non poter smettere di fare ed essere quello che si vuole e si è, sostengono il talento creativo di entrambi. E soprattutto entrambi non riescono a resistere a uno scherzo ben orchestrato, capace di infiltrarsi tra le maglie per sistemare qui una beghina nera e secca, lì un paio di cardinali sgonnellanti, là un marmocchio dal calcio potente; e poi le maschere e lo spettacolo in strada con l'inversione rituale carnevalesca, greve, mortifera e per questo divertente.

La ieratica custodia in cui è rinchiuso il papa e i calzoni tenuti su con la corda di Cellini stanno agli estremi di uno stesso mondo in cui il committente ha bisogno dell'artista per esprimere il proprio potere ma l'artista ha bisogno del committente solo per mangiare, non per esprimere il proprio potere. Ed è questo che salta agli occhi in uno spettacolo teatrale che si serve del cinema come luogo e come mezzo, come veicolo di trasmissione: probabilmente il cinema contemporaneo ha bisogno di Gilliam, ma Gilliam, per esprimere il proprio potere creativo, ha bisogno del cinema fino a un certo punto.