MP liveA causa di una memoria labile e confusionaria non sono quella che si definisce una fan informata e devota. Date, titoli, frazioni di biografia mi si impastano tutti insieme, e la mia attitudine laica mi impedisce di venerare qualcuno nel mio pantheon perché non ho un pantheon.

Però posso parlare di affinità e di rispetto per lo stile con cui alcuni fanno alcune cose. Recentemente ho letto di una ricerca in cui si ipotizza che gli amici più stretti condividano significative porzioni di Dna, quasi fossero consanguinei. Mi chiedo se si possa dire lo stesso degli artisti (intesi come individui che vivono del proprio talento creativo, senza altri distinguo) che, con il passare degli anni continuano ad avere senso per il nostro gusto e il nostro carattere, non importa se per lungo tempo non ci si è frequentati.
La farò più breve possibile: l'ultima fase dei miei studi universitari l'ho passata in simbiosi con i Monty Python e con Terry Gilliam in particolare. Ho visto sketch e film decine di volte e ho raccolto testimonianze allora irreperibili in Italia, spalleggiata da cugini britannici che nel 1969 erano sufficientemente grandi (io avevo solo 9 mesi) per ricordare la messa in onda del primo episodio del Flying Circus. La mitologia familiare si è alimentata delle loro cadute dal divano in preda alle risa e dei passaggi “casuali” della mamma italiana che si piantava davanti alla televisione nei momenti più scabrosi. Incuranti dell'avvicendarsi delle generazioni e del mutare dei gusti, in molti hanno continuato a cadere da divani e sedie e forse si trova ancora qualche mamma che si blocca davanti a una full frontal nudity o a qualche elegante blasfemità.
Mai più in vita mia ho imparato a memoria tante parole e immagini. Nemmeno quando i vicini potevano pensare che avessi un lettore dvd difettoso, capace di riprodurre solo i titoli di coda de Il mio vicino Totoro, nemmeno ora che i vicini non possono sospettare nulla perché il reiterato sforzo si consuma al computer, con le cuffie in testa. Tanto slancio, per tante ragioni, ha avuto un brusco arresto, al punto che un film di Gilliam o un frammento del Flying Circus mi procuravano un'amarezza, una rabbia e una frustrazione che faticavo a sopportare. Poi l'anno scorso una cara amica, che ha l'abitudine di incastrarmi in situazioni per me disagevoli, mi ha proposto di contribuire con alcuni saggi brevi alla monografia dedicata a Gilliam pubblicata in occasione del Premio Fiesole. Ho chiamato la cartella che conteneva i file “la peperonata” perché si riproponeva alla mia attenzione qualcosa che richiedeva una digestione lunga ed elaborata. Ma alla fine, rubando la battuta ad Alex De Large, ho ammesso di essere guarita, porco cane!
Senza questo preambolo non si potrebbe capire perché andare al cinema per assistere alla diretta dell'ultima replica di Monty Python Live (Mostly) era diventata una questione di importanza vitale: se pure ti tranci un braccio, continuerai a percepirlo lì dov'era attaccato, inutile fingere.
Questo show di due ore voleva essere, fin dalla locandina, la pietra tombale dei Monty Python (come ha condensato Gilliam: quarantacinque anni per liberarcene e siamo di nuovo al punto di partenza) sia come organismo collettivo, sia come esperienza individuale: i Python non si illudevano di essere immortali a trent'anni, figurarsi a settanta. Ma lo show è anche la tomba di un'epoca in cui pareva possibile fare e dire l'impossibile e l'indicibile persino alla televisione di stato. Lasciamo stare l'Italia e ogni tipo di recriminazione storica e filologica (Brian di Nazareth distribuito negli anni novanta, il Flying Circus più o meno nello stesso periodo, a morsi e bocconi), anche considerando il mondo anglofono, il confronto tra gli anni dei Monty Python e la contemporaneità è stridente e incredibile. La tentazione di fare i reduci è fortissima e subito esorcizzata dallo sketch in cui Cleese, Idle, Jones e Palin ricordano la durezza di una mitica gioventù trascorsa in assurde condizioni di povertà economica e avvilimento intellettuale. Le iperboli sono tali e tante che allo scuotere di teste perché “se dici queste cose ai giovani non ci credono” anche il ventenne che si lamenta perché tutto è corrotto rispetto a cinque anni prima si sente quello che è: uno sciocco passatista, un vecchio barbogio, un nostalgico senza energia. I Python non rimpiangono se stessi, perché dovremmo farlo noi?
Detto questo, ci sono pochi fenomeni di cultura popolare altrettanto indipendenti, incuranti del riscontro e dunque di solido successo, duraturi e capaci di sopravvivere al passare degli anni, dei gusti, delle generazioni. Mi verrebbe da dire che i Monty Python sono come Doctor Who e non mi sbaglierei né mi sposterei di molto. Lo show si apre infatti con una sequenza animata in cui le tipiche associazioni visive di Gilliam portano dal viso di Graham Chapman, messo al posto del sole, al Tardis (anzi: al ReTardis) che, materializzatosi sul palco, lascia uscire dal suo spazio praticamente infinito i cinque superstiti. Il passato e il presente, i vivi e i morti sono messi insieme in un colpo solo: Chapman (per quanto le sue ceneri fossero già state archiviate dall'aspirapolvere in una precedente reunion) ma, indirettamente, anche Douglas Adams che, giovane assistente di Chapman, ne aveva conosciuto il talento e i fantasmi nell'ultima e più drammatica fase della vita. Il concetto è reiterato anche alla fine dello show quando Eric Idle invita i presenti alla 02 Arena e quelli presenti via satellite a cantare The Bright Side of Life e dire ai Python farewell, come si dice con i cari estinti. Poi, in estrema conclusione, compare l'epigrafe di Chapman, quella dei Python e un cortese invito per il pubblico a tornare a casa: piss off!
Forse il momento più commovente è un piccolo dettaglio per nulla insignificante che da solo mi è parso riassumere anche il mio atteggiamento verso la morte e la perdita, un misto di rabbia e rimpianto che John Cleese aveva ben riassunto al funerale di Chapman: sono stato il primo a dire fuck alla televisione e adesso, per colpa tua, sono il primo a dire fuck a un funerale. Nella versione live dello sketch del pappagallo morto (qui in continuità con lo spam, i finlandesi e il venditore di formaggi) la frase “he's going to meet his Creator” è stata sostituita con “he's going to meet Doctor Chapman”.
Nel complesso la struttura dello spettacolo si delinea come il più tradizionale possibile (sketch alternati a numeri di musical sulle canzoni che hanno segnato la storia televisiva e cinematografica dei Python) in modo che tutto quello che era anomalo e offensivo allora possa risaltare e continuare oggi a essere impertinente, irritante, e divertente. La forma e il contenuto hanno sempre ricevuto ogni attenzione, sia nel Flying Circus che nei film, anche se Gilliam non perde occasione per ricordare che Terry Jones, come regista, era troppo verbale per essere efficace. La forma è sempre solida e ispirata alla tradizione e viene lanciata in collisione con il contenuto, paradossale, eccentrico e anticonvenzionale. Il papa che chiede a Michelangelo di dipingere un'Ultima cena senza licenze poetiche e si sente rispondere: fascista!, fa sempre il suo effetto; così come lo fa l'attualizzazione di Blackmail, il format in cui vip e sconosciuti vengono invitati a pagare un riscatto al conduttore Michael Palin o a sottostare alla gogna mediatica. Se i Python devono avere rimpianti non sono rimpianti per aver calcato la mano ma per aver mancato un dettaglio cruciale. Per esempio, Jones (nel tempo libero ricercatore di storia medievale e autore di una rilettura dell'episodio del cavaliere dei Racconti di Canterbury tanto puntuale quanto rivoluzionaria) si rammarica di aver riempito Holy Grail di gente con i denti guasti, quando la realtà storica dice che la mancanza di zucchero raffinato rendeva le dentature medievali più solide delle nostre.
Roba così, dettagli.
L'anacronismo e la parodia sono tra gli sport più praticati dai Python, ma per entrare nell'agonismo bisogna documentarsi bene, non trascurare nessuna sfumatura. O trascurarne qualcuna in modo che diventi un'anomalia rivelatrice. Per esempio: perché Cleese o Gilliam en travesti non si tagliano i baffi o la barba? Essere una hell's granny o un lumberjack che il sabato sera si veste da donna e fa il giro dei bar è una questione di spirito e non di biologia? Cosa portano sotto la toga gli avvocati se non guépière? Se penso che qui siamo ancora a Giovanardi che predica e all'insulto per contenerlo senza che ci venga in mente di pigliarlo via, mi vien da piangere.
I Python sono stati un organismo democratico e per questo ci sono stati litigi e malumori contingenti ma non rancori incancreniti o personalità schiacciate dalla leadership di un singolo. Quando poteva esserci il rischio ognuno è andato per la sua strada a fare quel che doveva: libri per bambini, reportage di viaggio, recitare in un film oppure dirigerlo. Possibilista come sono, ci sono solo due cose che mi fanno perdere la pazienza: l'uso dell'aggettivo visionario riferito ai film di Gilliam e la smania tutta italica di trovare un leader nei Monty Python. L'anarchia organizzata non conosce duci ma si aggiusta da sola, con l'esperienza. Rispetto al Flying Circus questo show presta più attenzione all'aspetto visivo nel suo complesso (coreografie, scenografie, contributi grafici vecchi e nuovi), per contro Gilliam cede sul versante verbale e dice qualche battuta intellegibile in più invece di grugnire e colpire con un pollo di gomma chi gli capita a tiro. Allo stesso tempo, in una qualche rara e sorprendente maniera, ogni aspetto del live riesce a restare fedele al passato senza sembrare una nostalgica e meccanica riedizione, ma piuttosto una trasformazione di qualcosa che ha continuato a esistere nei decenni, sotterraneo e presente nella carriera di ognuno. E che è arrivato il momento di archiviare per sempre.