Shaun2La vita monotona nella fattoria porta Shaun la pecora a elaborare un ingegnoso piano per addormentare il fattore, distrarre Bitzer il cane e godersi una giornata di vacanza con il resto del gregge. Tutto sembra procedere nel migliore dei modi fino a che la roulotte in cui viene confinato il fattore addormentato non fugge via e finisce nella Grande Città. La rilassante vacanza si trasformerà quindi in una rocambolesca ricerca dell’amico scomparso.


Shaun, vita da pecora, prodotto da Aardman e co-diretto da Mark Burton e Richard Starzack, nasce dalla serie animata omonima ancora in corso, a sua volta spin-off del mediometraggio di Nick Park Una tosatura perfetta (1995), in cui compare per la prima volta il personaggio di Shaun.
L’interessante intuizione che caratterizza la serie animata è la totale mancanza di dialoghi. Gli animali comunicano tra loro attraverso i loro propri versi e gli esseri umani borbottano e grugniscono frasi per lo più incomprensibili. Tutti i personaggi riescono a interagire fra loro anche se le lingue che parlano sono diverse. Se nella serie animata, composta da episodi di 7 minuti, la scelta sonora funziona, nel film questa sorta di democrazia dei linguaggi poteva risultare debole; invece è ancora più azzeccata perché sottolinea ed esalta la diversità fisiologica dei personaggi, mostrando, allo stesso tempo, come sia possibile la connessione emotiva tra loro.
Aardman Animation è sempre stata – e continua a essere –, sinonimo di altissima qualità nel panorama del cinema d’animazione. Partendo dalla scrittura della sceneggiatura, passando attraverso la preparazione dei pupazzi e degli ambienti per poi arrivare all’animazione e infine alla post-produzione non si può non restare ammaliati dalla cura destinata a ogni piccolo dettaglio inserito nei fotogrammi.
Le caratteristiche vincenti dei prodotti dello studio, guardando oltre la tecnica, sono di certo la capacità di mettere in scena uno spettacolo ben congegnato, in grado di mixare equilibratamente i generi cinematografici, omaggiando l’importanza iconica sia dei film (Il silenzio degli innocenti, per citarne solo uno) sia delle serie televisive (Breaking Bad); la riconoscibilità geografica, non tanto di luoghi specifici, quanto il loro essere britannici ed europei; la capacità di strutturare dei personaggi a tutto tondo che sfuggono alla dicotomia di buono e cattivo; e la fiducia nell'intelligenza dello spettatore.
shaunSe il felice incontro di generi ci porta dalla slapstick comedy all’avventura per poi ripiombare nel thriller di stampo classico, il tutto in un fluido incastro di elementi tipici ma non banalizzati, il respiro europeo che permea le sequenze rende la pellicola ancora più intrigante. In un periodo storico dove la standardizzazione dell'ambientazione si traduce in un contesto che va dal neutro allo statunitense, avere un’identità geografica e mostrarla con tanta fermezza è mirabile, soprattutto in un ambiente lavorativo che rispetto ad altri fatica a reperire con facilità i fondi necessari alle costose produzioni di lungometraggi animati.
L’essere europei emerge da molti aspetti della pellicola e il più interessante di questi, a mio avviso, è la resa di buoni e cattivi che non è mai scioccamente netta. Come per le favole classiche in cui il male non necessitava di alibi per essere tale e l’eroe qualche macchia, nel suo percorso, se l’era conquistata, anche in questa pellicola i personaggi agiscono, imparano, migliorano o peggiorano senza troppe spiegazioni finto psicologiche tipiche di molti film (animati e non) statunitensi. Trumper, l’accalappia animali, è un uomo malvagio che odia gli animali e li cattura senza scrupoli per esaltare il suo ego; e non serve spiegare il suo comportamento con traumi infantili o altre psico-fandonie. Trumper è un antagonista malvagio e porta con sé tutte le caratteristiche del villain contemporaneo. Se una storia è scritta bene non servono cortine fumogene attorno ai personaggi per renderli interessanti, che siano eroi, comprimari o antagonisti.
Sia durante la proiezione del film che ora che ne ricordo piacevolmente i vari elementi, la sensazione di maggiore intensità che mi è rimasta impressa è senza alcun dubbio il senso di completa fiducia che gli autori hanno dato a me spettatrice. Shaun, Vita da Pecora: Il Film non sottovaluta la capacità cognitiva dello spettatore e si pone come pellicola capace di soddisfare varie età, esattamente come il resto dei prodotti Aardman Animation. Per quanto il film possa sembrare destinato a un pubblico di bambini questo non impedisce agli autori di lasciare che lo spettatore perlustri con gli occhi, le orecchie e la propria empatia ciò che accade. Ognuno può in questo modo dare una propria lettura e sentirsi coinvolto per motivi completamente differenti dal proprio vicino di poltrona, chi per le gag, chi per la tecnica, chi per gli omaggi, chi per la struttura solida ma sfaccettata del film. Riporre fiducia nel fruitore significa slegare dalla pesantezza del didascalico la struttura e i piani sensoriali ed emotivi dell’opera.
Se si volesse scrivere il manifesto creativo della Aardman, suonerebbe più o meno così:
“Io autore (o team di produzione) genero un prodotto attingendo al mio vissuto, al mio bagaglio culturale, al tessuto sociale a cui appartengo, ecc. Non rallento il flusso creativo appiccicando allo sviluppo del progetto foglietti illustrativi ridondanti. La cosa che ha reale importanza è che l’opera, nella sua completezza, abbia coerenza e rappresenti quello che, fino a quando non è stata messa al mondo, guizzava vivida e impaziente negli spazi invisibili della mente.
Nel momento in cui espongo ai sensi dello spettatore l’elaborato finale sarà l’atto percettivo di colui che ne fruisce che lo metabolizzerà, creando nuovi elementi anche del tutto estranei al progetto. Questo scambio alla pari dà senso tanto all’intrattenimento quanto all’arte. Arrogarsi il diritto di imporre un unico significato alla materia che nasce dall’immaginazione, è un illusione, un'ossessione dei maniaci del controllo ed equivale al vedere nei propri figli non degli individui autonomi madelle copie di se stessi o delle protesi”.

 

Nonostante l'apparente ovvietà del concetto, è molto più frequente il dispotismo del significato nei film, nei libri o in una qualsiasi forma di messa in atto del processo creativo. Eccoci di fronte a mutazioni deformi di maestrine, a mostruose creature che sacrificano il flusso emotivo sull’altare della lezione, a missionari laici laciati in sermoni che spesso, amichevolmente, definiamo spiegoni. Nonostante la smania di questi, sono gli autori che si pongono in modo positivo agli occhi dei propri spettatori che lasciano un segno. Pensiamo, ad esempio, all’elegante e intrigante trilogia del limite scritta e illustrata da Suzy Lee. L’autrice pone di fronte al lettore la deliberata infrazione delle regole canoniche di impaginazione e progettazione del libro illustrato per raccontare con maggiore efficacia. L’Onda, Lo Specchio e L’Ombra diventano così delle opere che non si auto-ingabbiano, ma che sconfiggono la “paura-controllo del messaggio”. La stessa Lee ne La trilogia del limite, testo che si pone come una sorta di curioso backstage per alcuni (ma per i più è un manuale for dummies) dei tre libri sopra citati, scrive: “Il lavoro dell’artista è fronteggiare l’incertezza, in ogni occasione. È un po’ come aprire bocca per parlare senza essere sicuri di come si concluderanno le parole. Il “godersi comodamente l’ambiguità” (…) non si applica soltanto al lettore, ma anche all’artista: si avanza lentamente in una fitta nebbia, tenendo stretto un lume tremolante, anche se apprezzare quella nebbia di ambiguità senza ansie non è facile.” La responsabilità dell’autore è di creare, quella del fruitore di interagire con l’opera. Un patto di fiducia e rispetto intellettuale reciproco. Tutto il resto è accessorio e inutile.
Confido anche che questo approccio possa ritrovare sempre più spesso la via del cinema e che grazie anche a un cinema d’animazione simile a quello prodotto da Aardman molti possano soffermarsi a pensare che la visione che ci apre a nuovi orizzonti, anche solo per un piccolo e insignificante dettaglio, e che ci segue a casa richiede più partecipazione attiva ma non è sterile come quella che resta chiusa nella sala vuota a fine spettacolo.