valzer con bashirSi può fare un cartone animato su una delle stragi più cruente del secondo Novecento? Certo che si può. Un tentativo, per certi versi simile, era stato fatto nel 2007 con Persepolis, film d'animazione diretto da Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud. In quel caso, unendo tinte favolistiche, vicende autobiografiche e percorso di formazione, venne messa alla luce le tormentate vicende del popolo iraniano.

Nel film che sto per trattare, la Storia compare sin dal titolo, con un esplicito riferimento al Presidente della Repubblica libanese Bashir Gemayel, assassinato in quel convulso e drammatico anno 1982.

È il 2008 quando compare nelle sale il film Valzer con Bashir, opera del regista israeliano Ari Folman. Quasi un atto di coraggio girare un film su un simile argomento, data la complessità della materia e della realizzazione. Più storie animano il film, inclassificabile nella moltitudine di registri in equilibrio tra animazione, dramma storico e documentario.

C'è la Storia con la S maiuscola, ovvero il conflitto tra Israele e Libano del 1982 e il massacro di Sabra e Shatila. C'è la storia del singolo, ovvero il ruolo tenuto dal protagonista (Ari Folman) e dagli altri personaggi nelle vicende del film. C'è la storia della creazione del film stesso, rappresentato dal lento processo di acquisizione della memoria da parte di Folman per collegare gli spaventosi fatti che lo videro coinvolto.

La narrazione, pian piano, diventa un fiume, un flusso di coinvolgimento: lo spettatore segue il tentativo del regista di rievocare gli eventi bellici, tentativo che – inevitabilmente – si fonde con le vicissitudini dei suoi compagni di reparto per poi confluire verso il finale, verso il compimento della Storia, quando l'animazione lascia spazio alla consapevolezza, e al terrore.

L'inizio è quanto mai banale.

Ari incontra l'amico e compagno d'armi Boaz al bar e assieme discutono di un sogno ricorrente che turba le notti di Boaz. Il sogno ha un significato allegorico, chiaramente riferito alla guerra in Libano. Ari ammette con stupore come egli non abbia alcun ricordo concreto di quella traumatica esperienza, se non una sorta di flashback che lo vede assieme a due commilitoni a fare il bagno in mare poco prima dell'eccidio di Sabra e Shatila. Aiutato da un'amica psicologa, Ari inizia il suo percorso di “ritorno alla memoria” attraverso l'incontro con amici, soldati ed ex-commilitoni che lo porterà sino in Olanda, alla ricerca della verità, alla ricerca della definizione del proprio ruolo all'interno della Storia. La verità affiorerà a frammenti sino al crudo finale, quando non ci sarà spazio per l'animazione. Ci sarà spazio solo per la concreta e spaventosa realtà della Storia.

Valzer con Bashir è un film coraggioso e notevole, al di là dei riconoscimenti critici ottenuti, per un insieme di motivi. Per la materia trattata, ovvero un conflitto che ha lasciato strascichi pesanti in un'intera generazione del popolo israeliano, che – intuendo dalla visione della pellicola – non ha totalmente rielaborato l'esperienza. Per quanto si può rielaborare un'esperienza di guerra.

Per il modo con cui viene affrontata. Il regista si pone come personaggio narrativo, alle prese con un complicato processo di raggiungimento di una verità personale. Una verità da ritrovare dopo un ventennio di rimozione psicologica. Inoltre questo processo si inserisce in un contesto quotidiano, coinvolgendo amici, ex compagni e altri individui comuni – componendo un intricato quadro tra suggestioni oniriche dettate dall'inconscio e la dura realtà di una vita in guerra.

Tutto ciò si aggiunge alla tecnica di animazione, dove a scene iperrealistiche – penso a quando Ari ottiene la prima licenza e torna a casa – si alternano atmosfere sognanti, momenti meditativi affiancati alla frenesia bellica e al pragmatismo stilistico proprio del reportage. Per lasciare spazio, nelle battute finali, ai filmati veri e propri. Perché alla fine di sangue si tratta, di corpi abbandonati sulle strade e di un ulteriore fardello lasciatoci dalla Storia.