InsideOut RabbiaPete Docter è un giovane e talentuoso regista che ha diretto Monster Inc. e Up, due film eccellenti sia a livello tecnico (design, cgi, animazione) sia a livello di costruzione dei contenuti (sceneggiatura, dialoghi, coerenza dei personaggi, ambientazione ecc.).

Pixar Animation Studio è la società nata come risposta alternativa ai grandi studi di animazione statunitensi. Una piccola realtà in cui dei giovani sognatori hanno saputo scardinare l'usuale e obsoleto sistema produttivo dei lungometraggi animati proponendo una nuova formula che si basava sulla ricerca e sull'innovazione a livello narrativo e tecnico. Pete Docter lavora per Pixar e Pixar è diventata un sinonimo di qualità grazie a professionisti come Docter.
InsideOut DisgustoSe questi due elementi fossero le incognite di un'equazione matematica si potrebbe arrivare alla conclusione (spaventosa sotto certi aspetti e sublime sotto altri) che da Docter e Pixar possano nascere solo progetti eccezionali. Per quanto le case produttrici sarebbero ben liete di convertire l'umana variabilità con la certezza matematica, la fallibilità ci ricorda che ogni prodotto dell'uomo è diverso dal precedente e proprio per questa ragione può essere più o meno riuscito. Non ci sono drammi in questa realtà dei fatti. Se tutte le opere di intrattenimento fossero perfette (in qualsiasi sfumatura si possa utilizzare questo termine) si perderebbe la curiosità nella loro scoperta e la necessità di fruirne.
Inside Out è il film meno riuscito di Pete Docter ed è il film più cauto e conservatore di Pixar. Con queste premesse, l'elemento più interessante legato all'uscita del film è il consenso trasversale di pubblico e critica. Lo spettatore medio si è sentito rassicurato nonostante la sfacciata manipolazione delle sue emozioni in sala e i critici cinematografici (soprattutto coloro che non frequentano il cinema d'animazione considerandolo, erroneamente, genere per bambini) si sono sentiti in dovere di lodare la pellicola utilizzando gli elementi tipici della fede piuttosto che quelli dell'analisi, evitando qualsiasi affermazione blasfema nei confronti della divinità Pixar. L'esaltazione a priori di una pellicola è decisamente sciocca e dimostra come, nella storia del cinema d'animazione (e non solo), si ripeta l'abitudine di attribuire a un film statunitense un valore indipendente dagli effettivi pregi della pellicola, derivato dall'assimilazione dell'immagine che lo studio o l'autore hanno dato di sé negli anni. L'ottimo marketing ha fidelizzato il consumatore a tal punto da distorcerne la percezione e la capacità di interagire intellettualmente con il prodotto. L'analisi e il dubbio sono banditi dalla fiera cecità dei fedeli. Trovo che il plauso generale di questa pellicola sia esagerato e che non sia intellettualmente onesto valutare un film annullando il giudizio critico in nome del rispetto dovuto al lavoro passato di un autore. È chiaro che il downgrade delle aspettative dello spettatore è ormai un dato di fatto, ma la critica dovrebbe guidare il pubblico a emergere dal torpore mentre spesso è condiscendente e remissiva.
Se mi fermassi a queste affermazioni la mia resterebbe una provocazione sterile. Per quanto sia divertente impersonificare la figura del bastian contrario, le mie conclusioni derivano da una attenta visione di un film realizzato da autori e produttori che ammiro sia per la professionalità sia per la capacità di proporre progetti diversi e a volte coraggiosi nel panorama mainstream (perchè è di questo che parliamo). Durante la visione mi sono annoiata e in alcuni casi infastidita soprattutto perchè tutti gli elementi di forza che hanno caratterizzato le pellicole di Pete Docter e Pixar qui sono stati sminuiti e appaiono come la copia slavata di elementi essenziali per la buona riuscita e la coerenza dei progetti precedenti. L'impressione generale è che per questo progetto non ci fosse ancora la maturità per poterlo affrontare con il giusto approccio. Non importa quanta ricerca si attui e quanti esperti del settore in esame si interpellino, a volte è solo questione di darsi il tempo per abbandonare l'idea in un cassetto, riprenderla in seguito e rivoluzionarla finché non funziona davvero – esattamente come lo studio ha fatto con pellicole come Up.
Pixar oggi è uno studio consolidato e come tale si sta conformando alla logica del mercato e Pete Docter è anche il vicepresidente e capo creativo dello studio (non a caso il film è co-diretto da Ronnie Del Carmen). Credo che l'esaurimento nervoso che Docter ha avuto durante la realizzazione del lungometraggio e il suo tentativo di dare le dimissioni al quarto anno della lavorazione sia l'esempio lampante della pressione subita per un film ambizioso che avrebbe necessitato di più tempo nella fase progettuale. È chiaro che siamo di fronte all'inevitabile e fisiologico periodo di transizione di uno studio che deve capire quale direzione prendere ora che è parte attiva e integrante del mercato statunitense. Del resto, si cresce e si cambia per non diventare l'ombra sbiadita di noi stessi.