anomalisamLa trasposizione cinematografica ha portato sullo schermo svariati adattamenti di opere nate in formati come il libro, la pièce teatrale, il fumetto, la serie televisiva, ecc.

In queste riletture, più o meno riuscite, è interessante la vasta gamma di approcci al testo di partenza, da quello fedele all’originale alla rielaborazione in chiave autoriale, fino ad arrivare a film che richiamavano blandamente la fonte per virare i contenuti in un immaginario del tutto diverso. Anomalisa è parte di questo mare magnum. Charlie Kaufman (con lo pseudonimo di Francis Fregoli), infatti, lo concepì nel 2005 come un'opera teatrale compresa nel programma dello spettacolo sonoro Theater of the New Ear ideata dal compositore Carter Burwell. Il progetto a tre voci è stato interpretato da David Thewlis, Jennifer Jason Leigh e Tom Noonan, gli stessi attori che hanno poi prestato le voci al film. Nel 2012 lo studio Starburns Industries, Inc. ha trasformato il copione teatrale in una sceneggiatura per un lungometraggio animato e ne hanno affidato la regia a Duke Johnson e allo stesso Charlie Kaufman. Il passaggio da pièce sonora a film non ha determinato molti cambiamenti nel testo originale che subito è parso potersi adattare perfettamente alla scelta del mezzo animato. L’utilizzo della stop-motion e di pupazzi a cui vengono deliberatamente lasciate scoperte le giunture sui volti, danno corpo e potenza visiva alle voci sullo schermo e amplificano il sottotesto della narrazione. Grazie alla tecnica, alle imperfezioni calibrate e ai dettagli, celati pur essendo lasciati in bella vista, tanto che a ogni visione si rivelano come nuovi, la pellicola gioca con i piani e con il confine tra sogno, inconscio e realtà tipici delle scritture di Kaufman.
Proprio perché la sceneggiatura non ha variato il progetto originale, è chiaro che questa pellicola debba essere inserita idealmente come precedente a Sinnedoche New York, operazione che ci permette di ricostruire l’esatto e coerente percorso che lo sceneggiatore ha intrapreso per sondare le pieghe della mente umana. Il film ha una struttura canonica, elegante e funzionale al tentativo di riprodurre con verosimiglianza la realtà mostrata allo spettatore, immerso fin dalle prime inquadrature nello straniamento di una narrazione composta solo da voci e da volti identici.
AnomalisaIl chiacchiericcio indefinito nei titoli di testa è l’anticamera del racconto. Ecco le immagini che si dipanano. Un aereo. Tra i passeggeri anonimi, in viaggio per lavoro, c’è Michael Stone, un uomo di successo, un acclamato scrittore di manuale dedicati al customer service e motivatore nelle conferenze per i professionisti del settore. La storia che lo schermo ci racconta però, è quella del suo percorso interiore in piena crisi esistenziale, alla disperata ricerca di un equilibrio spezzato da tempo e di un’innocenza perduta. Michael, nel tentativo ossessivo di trovare l’unicità dell’amore per salvare se stesso, sprofonda nelle tinte del grigio del suo io annoiato, incapace di risalire dalle profondità della frustrazione che lo allontana sempre più dall’essere umano, stretto nella morsa dell’apatia, perso. Ciò che vediamo non è la realtà fenomenica che compone il mondo in cui vive Michael, bensì la sua proiezione distorta. Tutti i volti e le voci sono uguali, burattini nell’atto di recitare la vita. Persino la musica non riesce a superare il suo filtro percettivo virando nella voce comune di tutti.
Il protagonista procede meccanicamente in luoghi di passaggio impersonali: da un mezzo di trasporto, alle zone di transito, a un altro mezzo di trasporto, per poi arrivare ai vari ambienti confortevoli e anonimi all’interno dell’hotel. Le chiacchiere di circostanza sono la perfetta tappezzeria sonora che fa da sfondo ai gesti della routine, insopportabile, ridondante e vuota. Il culmine di questa introduzione alla distorsione dell’umano è al banco di accoglienza, dove il receptionist guarda con fissità Michael mentre digita velocemente i suoi dati al pc. Le persone e i luoghi sono speculari e riflettono la totale mancanza di calore umano, di reale partecipazione alla vita.
La narrazione prosegue facendo passare così in sordina l’elemento che è la chiave di lettura e doppio di Michael, l’hotel Fregoli. Nel nome stesso dell’edificio si trova la descrizione clinica della patologia di cui, forse, soffre inconsapevolmente il protagonista. La sindrome di Fregoli, che prende il nome dal trasformista italiano Leopoldo Fregoli, infatti, è una patologia psichiatrica determinata dal falso riconoscimento e legata in particolare, tra le altre, alla sindrome di Capgrass, detta dell’illusione dei sosia (temi cari a Kaufman). In questo caso è riletta, adattata e amplificata così che Michael, invece che ritenere di essere perseguitato da una stessa persona che si sostituisce alle altre travestendosi, vive in un mondo in cui tutti hanno lo stesso aspetto e la medesima voce.
Nella discesa sempre più profonda verso la disperazione e l’inevitabile crollo emotivo entrano in scena la voce e il corpo di Lisa, una donna nella media, non particolarmente brillante o bella ma sensibile e naïve. La percezione della realtà del protagonista è incrinata dalla sua presenza che apre un varco attraverso il quale Michael intravede la speranza del cambiamento. Lisa introduce il termine anomalia nel suo autodefinirsi nei confronti del mondo e proprio nello stesso momento il protagonista ne prende coscienza; coniandole un nuovo nome innesca in sé il processo di distruzione e normalizzazione della donna. Michael scambia l’incontro e la scoperta dell’esistenza della difformità dalla struttura rigida e claustrofobica del suo reale per una possibilità di fuga da se stesso, dall’essere meccanismo automatizzato e disumanizzato ma questo incontro è anche il punto di rottura e crollo definitivo dal quale non è possibile tornare indietro. Per quanto Michael tenti di aggrapparsi a Lisa per riemergere dal torpore e dalla noia che lo hanno deformato emotivamente, il suo inconscio lo riconduce al delirio apatico mettendolo di fronte al suo essere pupazzo in balia di forze esterne, un automa programmato e privo di coscienza. Realtà e sogno sono intercambiabili nel momento del meltdown.
Kaufman non si accontenta di questo e ci sottopone un interessante parallelismo tra Lisa, ovvero l’elemento di disturbo, e la presenza della bambola antica giapponese. Non a caso tra la donna e la bambola ci sono continui rimandi e similitudini, si pensi ad esempio alla cicatrice sul volto di entrambe, al canto meccanico, senza interpretazione e incapace di interrompersi se non al termine del brano di Girl Just Wanna Have Fun (canzone iconica di una certa musica pop) e Momotaro-san (canzone della tradizione folcloristica giapponese) e alla traduzione del dizionario di Lisa dal giapponese all’inglese della parola Anomalisa definita come Dea del Cielo. Lisa è messa in discussione quale essere umano autentico quando le viene modificato il nome e viene trasformata in una sorta di oggetto sensoriale e sessuale che perde di significato nel momento in cui termina la sua funzione; mentre la bambola, dichiaratamente meccanica, si anima utilizzando la stessa voce di Lisa. In questo dualismo, è evocata l’immagine forte di una divinità sconfitta e decaduta, di una sacralità demistificata e lacerata da un mondo in cui l’anomalia non può esistere se non come oggetto tangibile di ludico utilizzo, che quindi sia incapace di risvegliare l’essere umano dal torpore del meccanicismo contemporaneo. L’automa non può piangere ma limitarsi a recitare le formule per cui è stato programmato. I simulacri sono i guardiani dell’ordine stabilito e le anomalie, proprio come le divinità, non possono interferire per sovvertire questo ordine perché mutilate e imbruttite dalla spietata logica del conformismo.
Le interpretazioni di un film come questo possono essere molteplici ma ciò che resta nella mente come concetto di base e fulcro del racconto è nelle parole della canzone inserita nei titoli di coda: None of Them Are You. In fondo non è possibile riconoscere l’altro se nemmeno riconosciamo l’immagine che ci guarda allo specchio.