Kubo e la spada magica

Non battete ciglio da ora. Prestate attenzione a quello che vedrete e ascolterete per quanto strano vi sembri. In più vi avverto: se vi muovete, se guardate altrove, se vi dimenticate una parte del racconto il nostro eroe perirà.”

Kubo

 

Nella tradizione orale il narratore ha un compito fondamentale nella trasmissione di tutto ciò che costituisce una comunità: le origini, le conoscenze acquisite, le tradizioni e il folklore. Senza i racconti che passano da voce a voce attraverso il mutare del tempo, il patrimonio umano scomparirebbe. 

In un periodo storico come il nostro, in cui le storie sono state affidate per lo più a supporti fisici di vario genere quali ad esempio il cartaceo (il libro) la pellicola e il digitale (gli audiovisivi), si sta riscoprendo l’arte della narrazione applicandola a numerosi settori per fini diversi rispetto alla trasmissione del sapere. Ci si imbatte quindi nello storytelling d’impresa, nello storytelling commerciale, praticamente nello storytelling al servizio del marketing. Se ci fermiamo a riflettere, il potere del narratore capace tramuta la storia in uno strumento potente che può convincere l’ascoltatore a guardare alle cose in modo diverso.

Kubo e la spada magica mette in scena un’avventura avvincente che come le favole o le storie folkloristiche usa l’azione per trasmettere molto altro. Il film è dichiaratamente un luogo in cui si vuole portare lo spettatore a chiedersi e ad analizzare cosa siano le storie, di cosa siano fatte, di come siano state fatte e a cosa servano.

Il piccolo Kubo è l’eroe e il narratore della sua storia, ma sono i saggi che lo accompagnano, a disseminare gli indizi per gli ascoltatori attenti. Scimmia dirà con decisione al bambino che “i ricordi sono potenti” sottintendendo ciò che il nostro eroe comprenderà appieno alla fine della sua avventura, cioè che la forza di un individuo sta anche in ciò che è stato e allo stesso modo il cambiamento può avvenire solo quando l’intera comunità accetta il proprio passato e lo utilizza per creare il racconto del presente.

Questo concetto sembra lontano anni luce dalla tendenza contemporanea a glorificare solo se stessi in un’immagine distorta a piacimento attraverso il rifiuto del nostro vero Io e in favore di una magnifica maschera digitale. I social media sono i testimoni di questi massicci interventi di chirurgia plastica digitale. Con l’affermazione dell’Io sugli altri, lo stesso senso di comunità va a sgretolarsi. In un panorama sociale così sterile Kubo e la spada magica, ci ricorda che può esserci un altro approccio alla realtà in cui viviamo. Si apre la prospettiva al riappropriarci delle storie come testimonianza e invenzione di noi stessi all’interno di un contesto preciso e non più solo come proiezione aleatoria della propria solitaria distorsione.

I ricordi possono essere parti potenti del racconto solo quando si garantisce la loro trasmissione. Gli elementi visivi ricorsivi nei personaggi principali, non a caso sono gli occhi e le cicatrici. Gli strumenti che ci permettono di vedere, imparare ed empatizzare con l’altro e i segni dell’esperienza, del dolore e della lotta. Ecco che a questo proposito Scarabeo, il personaggio a cui è stata rubata la memoria e con essa la sua identità, attraverso il dialogo con Scimmia raggiungerà lo spettatore con il concetto che la storia che noi raccontiamo continuerà a vivere in chi ci sta ascoltando e proseguirà il suo percorso di vita con coloro che vorranno condividerla. Per quanto possa sembrare un concetto banale, non lo è riferito allo spettatore odierno. Con i grandi mezzi tecnologici che ci permettono di archiviare enormi quantità di contenuti spesso ci dimentichiamo di riappropriarcene e persino, nel caso peggiore, di averli. L’approccio da accumulatori compulsivi digitali sta intaccando la memoria, che impigrita e danneggiata ci sta portando sempre più lontani da noi stessi. Del resto se non siamo i narratori delle nostre storie come possiamo pretendere di essere parte dei racconti di coloro che occuperanno il nostro posto?

Kubo e la spada magicaKubo e la spada magica è tecnicamente ineccepibile sotto vari aspetti. La sceneggiatura miscela magistralmente gli elementi dei racconti giapponesi con quelli delle favole occidentali. L’amalgama che ne deriva è estremamente bilanciata e rispettosa di tutte le caratteristiche dei due approcci culturali. Il film si stacca nettamente dalla logica standardizzata e rassicurante del racconto per ragazzi statunitense, cerca un nuovo orizzonte. Trovo affascinate quanto questa pellicola si rifaccia all’approccio cinematografico di Isao Takahata, senza edulcorarlo, mantenendone vivi persino gli “spigoli”. La madre di Kubo è idealmente la principessa Kakuya ritornata dalla Luna sulla Terra per uno scontro e nuovamente innamorata di un mortale. L’omaggio a La storia della principessa splendente (Kaguya-hime no monogatari) è delicato e sottile, un’intelligente gioco di richiami sussurrati. Scimmia ci dà il possibile collegamento dicendo “La fine di una storia non è altro che l’inizio di una nuova”. In questo gioco continuo di richiami le congetture non hanno riscontri certi e grazie a ciò dilettano lo spettatore adulto.

L’impianto visivo di Kubo e la spada magica integra senza sbavature la tecnica della stop-motion con gli interventi in CGI. Il risultato ottenuto è funzionale alla storia, in sinergia con essa. Una delle caratteristiche dei film dello studio Laika è l’attenzione ai dettagli e a oggi non c’è stata alcuna frizione tra l’impianto visivo e quello narrativo. L’obiettivo è chiaro: le storie sono il fulcro attorno a cui ruota tutto il resto. Se pensiamo al panorama mainstream del cinema d’animazione, sempre più spesso ci ritroviamo di fronte a pellicole visivamente eccezionali ma che hanno parecchie falle nella struttura narrativa tout court. Ora che i progressi nell’integrazione tra CGI e live action sono arrivati a livelli materici che appaiono tangibili (Doctor Strange è solo l’ultimo di molto esempi) la necessità di mettere a fuoco le storie e i personaggi che le percorrono è fondamentale per distinguersi e fare la differenza.

Come per i film precedenti, anche in Kubo e la spada magica, l’attenzione per il design di ogni elemento in scena è piegata alla necessità di dare l’impressione che ciascuno di essi viva al di là dello schermo a proiezione terminata. I personaggi e gli ambienti hanno un aspetto spigoloso e usato, a volte logoro, vitale e vissuto. L’effetto plasticamente perfetto ma standardizzato della maggior parte delle ultime produzioni animate statunitensi, è quanto di più lontano ci sia dalle scelte visive di Laika che vuole essere riconoscibile ma non accetta di creare un sistema chiuso e autoreferenziale. Per ogni storia c’è un esatto immaginario e per quanto ci siano degli elementi ricorsivi, ogni film deve essere riconosciuto come altro rispetto al precedente.

Nonostante l’utilizzo massiccio della computer grafica a sostegno degli ambienti e degli effetti visivi, è interessante notare quanto allo stesso regista (e CEO di Laika), Travis Knight, stia a cuore che lo spettatore interpreti le produzioni dello studio principalmente come prodotti in stop-motion. Oltre al breve dietro le quinte nei titoli di coda (come in The Boxtrolls – Le scatole magiche), sono stati lasciati di proposito dei piccoli dettagli all’interno del film che ne raccontano il set. Nella sequenza di dialogo tra Kubo e Scimmia all’interno della balena e in quella finale con il nonno e i paesani ad esempio, guardando attentamente i primi piani, all’interno degli occhi dei personaggi è possibile vedere i riflessi dei faretti dello studio e del monitor di controllo (quadratino azzurro).

Le imperfezioni, come le cicatrici dei personaggi, ci raccontano una storia: quella del prodigio della nascita del movimento, un fotogramma per volta.