umanità 1Come tutti, ogni giorno, scorro masse consistenti di post dedicati al decadimento morale della nostra specie. Questo processo, apparentemente senza precedenti, ha le sue spie nella crudeltà verso gli animali e, a volte, verso altri esseri umani.                                                                                                                                   

L'idea complessiva è che l'essere umano sia sempre colpevole, indipendentemente dall'età, dal censo e dall'etnia e che ogni problema cesserà con l'estinzione della razza umana. Non mi sono mai spinta a chiedere ai sostenitori della teoria se si includono nel novero degli estinguendi o se abbiano pronto un qualche salvacondotto culturale, morale, etnico, etico, religioso o alimentare. Non lo chiedo perché la mia domanda sottintende una curiosità destinata a essere accolta come una provocazione, ovvero se tutto il genere umano deve estinguersi in quanto male assoluto ne deriva che: a) non ti reputi umano, b) sei pronto all'estinzione, c) ti reputi un umano di classe superiore e dunque degno di non estinguerti? Quello che però fatico a tralasciare è la banalità del linguaggio (fitto di iperboli che stanno a significare un “di più ancora più”) e dell'analisi in sé: l'umanità ha sempre dato prova di estrema crudeltà verso le altre specie e verso se stessa. Se alcuni comportamenti oggi vengono stigmatizzati è solo perché, nel corso delle epoche, si sono sviluppate sensibilità prima ignote; simmetricamente, se ne sono sopite altre. Non torturare le lucertole o i gatti randagi è assodato oggi ma lo era molto meno nelle campagne di quarant'anni fa; per contro torturare, mettere a morte, perseguitare e rifiutare gli esseri umani da parte di altri esseri umani non è mai passato di moda. Quindi no, l'umanità non ha raggiunto l'abisso della crudeltà perché maltratta un cagnolino. Essere un cagnolino nel 2016 è più vantaggioso che esserlo stato nel 1916 o nel 1816, mentre essere profugo o esule di guerra resta sempre un incubo. E non starò qui a riproporre nei dettagli la storia nota di ufficiali nazisti teneramente devoti ai loro cani e cavalli ma del tutto impermeabili alle sofferenze di esseri umani considerati inferiori.
umanità 2Come sempre il coagulante dei pensieri che mi ronzano incoerenti in testa è stato fornito dal caso che ha sovrapposto la visione di The Eichmann Show - Il processo del secolo con un'installazione organizzata nella mia città d'origine in occasione della settimana per l'abolizione della macellazione e del conseguente consumo di carne da parte degli esseri umani (suppongo sia così perché credo che nessuno vorrà togliere carne ai cani, ai gatti o ai furetti anche se non farlo solleva una questione rilevante: è etico cibare animali domestici con altri animali allevati al solo scopo alimentare?). La settimana coincide, credo non casualmente, con quella della Giornata della Memoria, quasi a riportare il termine olocausto al suo contesto originario di sacrificio rituale di animali. C'è una veemenza nella comunicazione legata alla filosofia vegana giustificata dalla portata etica e morale che essa riveste per chi la pratica, oltre alla necessità di fare proselitismo e porre fine a pratiche ritenute criminali. Gli elementi contenuti in tali installazioni mi ricordano, per l'impatto teatrale della messa in scena, quelli usati dai gesuiti nella Napoli barocca quando i fedeli venivano fatti transitare in stanze scarsamente illuminate, bardate di drappi funebri e ricoperte di cenere mista a ossa. Su un pubblico meno smaliziato l'effetto doveva essere considerevole; oggi il risultato è molto meno incisivo e disturbante. Quel vassoietto con dentro un bambolotto smembrato sembra una trovata di Hirst o una boutade di Tarantino e il rischio, molto elevato, è quello di produrre una reazione opposta alla riflessione, un moto di rifiuto verso l'obiettivo virtuoso che si voleva diffondere. Quando, quanto e cosa far vedere è un vecchio problema dei mezzi di comunicazione audiovisiva ed è, al di là dell'episodio storico ricostruito da Paul Andrew Williams, il dilemma esposto in The Eichmann Show.
Escluse le frasi fervide e bene intenzionate, la conservazione della memoria non è una questione semplice. C'è una conservazione razionale, basata sullo studio delle fonti storiche dirette e indirette e c'è una conservazione emotiva legata all'aver vissuto determinati eventi – questa è la memoria più labile, più difficile da conservare e quella che molti testimoni vorrebbero rimuovere per poter continuare a vivere. Se fosse possibile assorbirla e farla nostra davvero questa memoria ci avrebbe protetti da molti tragici eventi individuali e colettivi. La memoria razionale è faticosa da acquisire e quella emotiva è volatile; la memoria audiovisiva cerca di trasformare in immediata la prima e in solida la seconda, non riuscendoci sempre. Le testimonianze sono state filmate, sono state raccolte e sono diventate consultabili: in ogni fase del processo è stato importante decidere cosa mostrare e come mostrarlo. Se l'immagine è violenta la prima reazione è quella di chiudere gli occhi e allontanarsi, se è troppo blanda genera incredulità e distrazione. L'immagine deve essere obiettiva o investigativa? E quale censura produce i peggiori effetti: quella ideologica o quella economica che, indipendentemente dal soggetto, vuole ascolti e visibilità? Nello specifico: i vassoietti con i bambolotti portano la gente a smettere di mangiare carne o a una reazione opposta di sfida? Nel primo caso si insiste, nel secondo si cambia strategia.
Nella scelta di produrre uno spettacolo, un documentario, un film o una diretta televisiva la questione è la stessa, indipendentemente dalla bontà, nobiltà o giustizia dell'argomento affrontato. Questa brutalità pratica fa parte da sempre della nostra vita di utilizzatori finali di immagini, ma nel tempo si è fatta più radicale e radicata di quanto non lo fosse nel 1961. Eppure la sua logica inflessibile quando è messa in scena, ci lascia sempre sorpresi e indignati, seppure per pochi, ma intensi, minuti. Cosa attira dunque l'attenzione degli spettatori: il mistero della banalità del male contenuto nello sguardo indifferente di Eichmann o il testimone che colassa sotto il peso dei ricordi? A chi spetta la precedenza, alle necessità pratiche del produttore Milton Fruchtman, agli interessi politici del governo israeliano o al bisogno di luce e verità del documentarista Leo Hurwitz? Dove trovano il loro punto di equilibrio tutte queste forze? La sopravvivenza di ogni comunicazione audiovisiva dipende da questo: da dove si punta la telecamera, da cosa si inquadra, dalla reazione che si cerca e da quella che si ottiene. È implicito nella natura del mezzo utilizzato, nel suo costo di gestione, nella sua organizzazione industriale che sia così. Se non guarda nessuno non c'è sopravvivenza. Se non guarda nessuno o guarda male, non è mai un successo. Se non guarda nessuno non succederà mai più.
Quando Fruchtman decise di produrre la diretta di quello che venne definito il processo di Norimberga a porte aperte, già incalzava il futuro: Gagarin apriva un'epoca che sarebbe culminata nello sbarco sulla Luna, mentre lo sbarco nella Baia dei Porci consolidava la Guerra Fredda. La presenza di Hurwitz, regista ebreo americano senza lavoro perché comunista e dunque finito nel mirino di McCarthy, è essa stessa un archivio della memoria. La scelta di Williams di integrare alcune sequenze documentarie del processo nella narrazione finzionale rende meno immediato lo stacco tra la storia archiviata e la storia in pieno svolgimento, probabilmente il migliore meccanismo di attualizzazione comprensibile al vasto pubblico a cui il film è destinato, spesso interessato al cinema più per i contenuti che un film propone che per la sua originalità stilistica. The Eichmann Show infatti non è un film stilisticamente originale: racconta una storia in modo lineare e sintetico, non fa gridare tutti quegli aggettivi triti che si invocano quando si vuol mandare gli altri al cinema (gioiellino, epocale, magistrale, capolavoro, visionario, cult) e mostra cose inumane che vorrebbero far riflettere sulla nostra umanità e le nostre contraddizioni. Nostre non per modo di dire, ma nel senso che queste contraddizioni e riflessioni si applicano qui e ora nell'immediato passato dei processi per crimini di guerra nei Balcani o nell'immediato futuro dei processi per crimini di guerra in Siria. Mostrare immagini documentarie agli spettatori come se guardassero attraverso gli occhi di Hurwitz che osserva l'aula del tribunale o quelli di Eichmann che assiste impassibile alla proiezione di abominevoli immagini di corpi accatastati con la ruspa, significa, senza tante grancasse, metterli in due posizioni scomode e lasciarli lì a trarre le loro conclusioni. Significa farlo in meno di due ore, senza ricorrere a gesti estremi che potevano ancora funzionare nel Seicento ma che oggi mancano drammaticamente l'obiettivo. Qualsiasi cosa dicano i cerimonieri della performance moderna, il prossimo anno, per sensibilizzare gli onnivori, suggerisco di lasciare a casa gli sparatori di petardi e chiamare Paul Andrew Williams.