SPOTLIGHTSi esce in silenzio dalla proiezione de Il caso Spotlight. E non sono stato soltanto io a farlo, ma tutta la sala, piena come non mi capitava di vedere da molto. Sono uscito senza parole, perché non ce ne sono molte che possano tradurre la rabbia, il dolore, il disagio e la nausea.

Come cattolico che non dice agli altri quello in cui dovrebbero credere ma che pretende dagli altri la stessa attenzione, non ho potuto fare a meno di provare vergogna per il sistema che ha prodotto il male raccontato dal film. Oltre alla vergogna, si prova impotenza, in quella forma che ti porta a fissare un punto lontano mentre tutto il resto del corpo si immerge in un immobilismo temporaneo. Come cattolico dico: ogni cattolico dovrebbe vedere questo film e anche gli altri, che cattolici non sono, dovrebbero vederlo. Dovrebbe essere visto: perché è un ottimo film; perché è una preziosa occasione di riflessione; perché è un pregevole inno alla verità; perché riesce ad essere lucido e onesto senza farsi sopraffare dall’urgenza di condannare.
Il cinema americano è come la società che lo genera: capace di analizzare la propria storia con una velocità che non possiamo nemmeno azzardare. Se in Italia, dopo settant'anni, è ancora difficile rievocare la guerra di liberazione e quanto ad essa è connesso (vedi il polverone per un’opera coraggiosa ma tutto sommato innocua come Magazzino 18 di e con Simone Cristicchi), negli USA non è impossibile raccontare e indagare su fatti accaduti non più tardi di dieci anni fa. Spotlight è l’ultimo di una nutrita schiera di film giudiziari e di impegno civile, sorretti da sceneggiature impeccabili, cesellate secondo incastri e tempi precisissimi, servite da cast perfetti. Mentre scorrono le immagini è impossibile non ripensare a Tutti gli uomini del presidente o a Schegge di follia o a Quinto potere e risulta ancora più evidente che il film, oltre a essere un acceso ed efficace libello contro l’esercizio del potere da parte di istituzioni come la Chiesa cattolica (statunitense nella fattispecie), è la messa in scena dei meccanismi che sottendono a una inchiesta giornalistica: motivazioni, metodi, persone. E se, per esempio, Philadelphia non è un film che si limita all’argomento trattato (l’AIDS e il diritto della persona), Spotlight non è solo lo scandalo che tratta. In questo senso, è bene dirlo, non è un film anticlericale (come a molti piace pensare) e non è un film anticattolico (magari i realizzatori lo sono senza farne la propria bandiera), anzi in fondo è un film morale che ci tiene a puntare il dito su coloro che dovrebbero agire in maniera diversa, esortandoli a farlo. Di certo il film parla anche di altro ed è qualcosa che riguarda tutti, non soltanto la società americana. E lo fa senza mandarle a dire, in un teatrino dove ogni parte ha le proprie colpe da ammettere, sia pure con gravità diverse. È un film sul giornalismo e sui giornalisti, sulle motivazioni alla ricerca della verità, sulle implicazioni morali di questo lavoro e delle scelte individuali che vengono assunte nell’esercizio della professione. Ed è un film onesto che non teme di mettere in scena personaggi con spessore umano che non sono esenti da difetti e con scheletri nell’armadio. Non si vedono super eroi nella redazione del Boston Globe ma uomini e donne che devono fare i conti con la propria umanità, che in fondo agiscono per la soddisfazione del proprio ego di professionisti. Come asettici chirurghi raccolgono informazioni, intervistano vittime e carnefici con la medesima partecipazione, cercando di rimanere a un passo di distanza dal dolore degli altri, a differenza dell’avvocato armeno che quelle vittime le vede ogni giorno, senza il vetro dietro cui alla fine del film scorgiamo l’ennesimo gruppo di bambini abusati, perché la realtà non si chiude con la pubblicazione dell’articolo ma continua. Anche i protagonisti dell'inchiesta capiscono l'esatta portata del proprio lavoro solo alla fine, quando sono travolti dalle innumerevoli telefonate di tanti che si erano fino ad allora nascosti. Un film morale, dunque, non moralista, che parla di coraggio e dolore, ma soprattutto di responsabilità individuale.