Jakie di Pablo LarràinNell’esatto momento in cui una persona si trasforma in un’icona, perde la sua unicità a favore di un’immagine di consumo pubblico. Questo simulacro è ciò che la memoria collettiva conserva e consegna al tempo, un ricordo sbiadito, un fantasma che è perfettamente riconoscibile ma che ha perso la sua umanità. L’icona è l’emblema di un’epoca, di uno stile, di un genere o di qualsivoglia valore le si attribuisca e come tale non può più essere di carne, ossa e contraddizioni, ma un’immagine divinizzata da venerare.

Ricostruire la storia dell’icona è alquanto semplice: basta riunire con cura gli elementi biografici, evidenziare gli episodi o le difficoltà che hanno permesso la cristallizzazione del personaggio e qualche aneddoto che ne accenni il carattere. Il personaggio storico perde la memoria di ciò che è stato umanamente, di tutte le imperfezioni, i limiti e le debolezze, ma acquisisce immortalità. Questa seconda vita, però, può essere piegata, riletta, fraintesa o riscritta, perché l’icona è altro rispetto alla persona che le dà il volto. Jackie di Pablo Larràin è un ottimo esempio di come si possano utilizzare le caratteristiche di base del film biografico per mettere in scena altro.

Il regista prende a pretesto gli eventi e i personaggi realmente vissuti in quei quattro giorni del 1963 che vanno dall’assassinio di John Fitzgerald Kennedy al suo funerale per focalizzare l’attenzione sugli spazi vuoti che il racconto storico ha lasciato. Dialoga con lo spettatore chiedendo(si): come si possono spiegare le sfaccettature del dolore e dello smarrimento che esso causa? Ma anche: com’è possibile ricostruire la complessità umana di un’icona che il tempo ha reso bidimensionale?

La messa in scena rigorosa e formale che omette la profondità di campo, indaga invadendo, sempre rispettosamente, lo spazio perfetto in cui è incorniciata Jackie. Anche per Larràin questa donna non può essere Jacqueline Kennedy ma la sua idea di Jackie, la sua interpretazione attraverso il corpo e la voce di un’altra (Natalie Portman) della moglie del presidente degli Stati Uniti. Non a caso come la vera Jacqueline Lee Bouvier rinuncia a una parte di sé per incarnare Jackie, prima moglie di Kennedy e poi First Lady, così nel film è chiara la scelta di guardare all’esatta immagine che la donna dà di sé, enfatizzando la contraddittorietà tra la dignità, l’orgoglio e l’ostinazione dell’icona e la fragilità nascosta e la difficile e dolorosa elaborazione del lutto soffocate volontariamente dalla persona reale.

I ricordi, le parole e gli incontri si stratificano lasciando intravedere la complessità dell’accettazione di un evento così traumatizzante, che confonde, deforma la quotidianità e compromette la lucidità nell’approccio agli eventi e alle persone.

La debolezza e lo struggimento sono magistralmente fatti emergere attraverso la delicata e intelligente ricostruzione dei momenti privati e solitari della donna all’interno della Casa Bianca. Abiti, stanze, campionari di tessuti, tutto è avvolto nel dolore e nella sconfitta. Natalie Portman porta sullo schermo senza banali isterismi o occhiate languide la dualità di Jackie che è costantemente scissa tra l’essere la vedova americana forte che il suo ruolo le impone e la donna disperata che in un istante ha perso tutto ciò che aveva costruito.

Jackie di Pablo LarràinLa riflessione mette a fuoco come l’infelicità coniugale è nulla di fronte al dovere di passare ai posteri l’impegno e il lavoro del marito come figura istituzionale. La dignità toccante di scegliere di presentarsi alla stampa dopo l’omicidio con l’abito e le gambe sporche del sangue del coniuge con il preciso scopo di mostrare a tutti gli americani cosa avevano fatto a John, è il segno del suo impegno nella creazione di un punto fisso nella Storia in cui ognuno doveva fermarsi e riflettere. I gesti della Portman sono precisi e decisi mentre la macchina da presa la segue, ne frammenta la figura e la osserva da vicino, a volte troppo da vicino, quasi a voler entrare nei segni visibili del dolore per arrivare a comprenderne la forma.

Larràin non si accontenta di raccontare la First Lady come una vittima e ne enfatizza la bivalenza emotiva mettendo in parallelo Jackie e la sua vita coniugale spezzata con i filmati, perfettamente ricostruiti, della visita guidata della Casa Bianca che la Kennedy conduce per un programma televisivo nel febbraio del 1962. Ancora una volta cerca gli spazi vuoti dell’icona e li colma di scatti d’ira, di nervosismo, di dubbi e di calibrato calcolo contrapponendoli all’immagine composta, intelligente, colta e moderna che Jackie vuole dare di sé. Il simulacro mostra tutte le imperfezioni nell’atto di celarle. La fallibilità e la fragilità possono essere dissimulate nel tentativo di apparire stoici e misurati, per lasciare un segno e dare un senso a ciò che si è fatto fino al momento del crollo delle proprie certezze. Sotto la lente d’ingrandimento del Cinema è suggerito quanto possa essere stata destabilizzante l’idea di perdere tutto ciò per cui aveva lavorato, perché è stata “solamente” la First Lady, cioè la compagna del presidente. Quando uscirà definitivamente dalla Casa Bianca e quindi dal ruolo di moglie prima e poi di vedova, Jackie potrà staccarsi dal suo essere un personaggio subalterno.

Lo spettatore che conosce i retroscena della coppia, può comprendere ancora meglio gli indizi che Pablo Larràin inserisce per ridare tridimensionalità alla donna. Jackie cerca di andare oltre l’infedeltà mal celata di John per un obiettivo più grande, per imporsi al mondo come persona, guidata probabilmente dalla vanità e dalla voglia di affermazione sociale. L’orgoglio mette in dubbio persino la sua fede e ne annichilisce i sentimenti e i risentimenti perché la tragica morte del marito significa perdere un ruolo costruito con attenzione. Deve rinunciare a lasciarsi travolgere dal dolore e si sovraespone in modo calcolato perché si sente in dovere di organizzare un funerale memorabile e di forte impatto che permettesse a John di essere ricordato e a lei di uscire dalle scene con dignità e di non essere dimenticata a sua volta.

Jackie Kennedy, proprio come il suo tailleur Chanel rosa e blu macchiato di sangue, sono entrati nella coscienza storica statunitense e mondiale come emblemi di un periodo storico segnato dalla perdita dell’innocenza. Pablo Larràin rielabora gli eventi e mette in scena la sua Jackie in un magmatico flusso di immagini. Inquadrature simmetriche che si stringono sulla protagonista e la indagano nei momenti privati e cercano frammenti di umano nell’iconico, ricorrendo alle parole e i gesti perché tutto è significante e allo stesso tempo atto estetico di una donna che ha sempre voluto essere ammirata.

Tutto si richiude nel riflesso dell’icona su un finestrino, nel momento esatto in cui i grandi magazzini riempiono le vetrine di sosia in resina e gesso, perfettamente vestiti e pettinati con cappellini a tamburo coordinati al tailleur. I manichini faranno aumentare le vendite dei prodotti regalando alle consumatrici l’illusione di poter assomigliare alla donna moderna, forte e indipendente, di potersi avvicinare alla perfezione apparente della moglie stoica che con classe e dignità ha affrontato in prima persona il lutto di una nazione. Dall’altra parte del finestrino resta Jackie che si è fusa nel suo personaggio e continuerà a essere vista e ammirata come un’icona di stile e gusto relegando alla sfera privata la donna reale che pecca di vanità, orgoglio e ostinazione. La bellezza della messa in scena priva di sbavature e l’ottima performance attoriale fanno di Jackie un gioco ipnotico di specchi che ritraggono la stessa donna-icona da angolature diverse rendendo possibile allo spettatore di avvicinarsi a quell’umanità volutamente celata o dimenticata.