Doctor StrangeNon sono un'assidua frequentatrice del MCU e già il fatto di usare questa sigla al posto della versione estesa Marvel Cinematic Universe mi fa sentire come quelle persone insignificanti che chiamano i personaggi influenti per nome, a dimostrazione di un'inesistente familiarità. Certo non sono cresciuta in una caverna e so di cosa stiamo parlando, ma resto una dilettante sotto molti punti di vista. Per esempio, non ho mai risolto i problemi che mi danno i gruppi affollati come gli X-Men o gli Avengers: dimentico facce e nomi nel mondo quotidiano, figurarsi in quello immaginario!Eppure queste caratteristiche mi rendono un eccellente tester per il MCU: vado incontro ai film a testa bassa, senza pregiudizi o aspettative, con il distacco dell'ateo e la speranza di chi cerca la redenzione. Non capita quasi mai ma non lo vivo come un sanguinoso tradimento. 

Tralasciando gli albori di quella che è diventata la Saga del Grande Accorpamento dell'Immaginario Popolare a Disegni Animati e Inanimati (un mostruoso essere che ingloba mondi con più ingordigia di Dormammu e li ritorna tutti - Marvel, DC Comics, Walt Disney, Pixar, Star Wars - sotto forma di pop funko) al momento posso elencare con entusiasmo solo due titoli. Il primo è i Guardiani della Galassia, un film dotato di una complessità psicologica più raffinata ed esaustiva di Inside Out; l'altro è Doctor Strange. Entrambi i film mi ricordano Mulan nelle foto di gruppo delle principesse disneyane: quando non se la dimenticano, Mulan è sempre sullo sfondo perché non è abbastanza aderente al canone per stare in prima fila. Se il canone di una principessa consiste nel non prendere troppe iniziative e finire sposata, il canone di un supereroe è quello di non essere ambiguo; o, se lo è stato, aver perso definitivamente il vizio. Allo stesso modo i cattivi devono continuare a coltivare il proprio, così ottusi nel perseguire un egotico obiettivo da risultare più stupidi che malvagi. Nella loro versione cinematografica i cattivi restano impressi solo perché le convenzioni hollywoodiane li affidano a qualche bravo interprete “etnico”, spesso britannico o qualcosa-americano. Come sintetizza mia figlia dall'alto dei suoi nove anni e del suo stato di nativa del MCU: Thor non se lo ricorda nessuno perché è buono, bravo, biondo, bello, insignificante e tutto il contrario di Loki. Dentro a questo canone non ci sono grandi possibilità di manovra e da entrambi i lati dello schermo ognuno aspetta che il rito si compia e si possa tornare a casa.

Ma per i Guardiani della Galassia e Doctor Strange assomigliare a Mulan è un vantaggio: entrambi a proprio modo definibili come prodotti di nicchia (una nicchia comunque mainstream), entrambi con sufficienti zone d'ombra in cui lavorare per dare ai protagonisti più sfumature psicologiche e variare il canone quel tanto che basta a innescare un meccanismo insieme di riconoscimento e sorpresa. Se è vero che tutto è stato già raccontato un milione di volte un racconto può solo distinguersi per i particolari che ne caratterizzano la narrazione verbale e visiva. In questa prospettiva il cinema è davvero un lavoro di gruppo: una faccia sbagliata, un'interpretazione goffa, un accompagnamento musicale incoerente o un costume mal ideato possono compromettere il risultato quanto e peggio di una regia incompetente. Questi sono film live action in cui l'apparato tecnico, scenografico ed effettistico è altrettanto complesso (e spesso ingovernabile) di quello del cinema animato; e come nel cinema animato, basta una voce fuori posto per rovinare l'effetto finale.

I Guardiani della Galassia ha sviluppato in maniera gradevole e coerente l'interazione tra l'estetica anni ottanta (evidente nella magnifica colonna sonora che Peter Quill/Star-Lord ascolta su audiocassette lasciategli in eredità dalla madre) e il contesto fantascientifico, mentre i personaggi di Rocket Racoon e Groot sono stati concepiti e animati con una gestualità e un'espressività concreta, ricca di calore e umorismo – caratteristiche che, per esempio, mancano alla serie televisiva a disegni animati programmata su Disney XD a partire dal 2015. La scelta degli interpreti (anche per ruoli di scarsa soddisfazione come il doppiaggio di Groot) è efficace perché ne sfrutta le caratteristiche in modo funzionale, trasformando quelli che altrove sarebbero difetti (Dave Bautista non è quello che si definisce un attore espressivo) in punti di forza. Dal punto di vista dell'interpretazione dei personaggi Doctor Strange offre maggiori possibilità e dunque maggiori rischi: la storia del cinema è piena di attori provenienti dal teatro o dal cinema sperimentale, con uno stile e una presenza scenica tutt'altro che neutrale, che affondano insieme alla nave su cui sono saliti – o sono stati fatti salire da qualche incauto ottimista. Ma in questo caso tutto sta in equilibrio con la stessa apparente facilità con cui Strange estrae un proiettile dal cervello di un paziente: ci vogliono anni di studio, buona memoria, coordinazione motoria, autocontrollo, uno staff su cui contare (e che si lasci maltrattare all'occasione) e anche un po' di fortuna, ma i parenti in sala d'aspetto e gli spettatori in sala non devono cogliere nulla di tutta questa fatica.

Doctor StrangeLo stesso si può dire dell'apparato visivo del film. La prima e più diffusa reazione all'esuberanza visiva con cui è rappresentata la diversa percezione della realtà acquisita da Stephen Strange è quella di chiedersi (con annesso occhiolino adolescenziale) che cosa si sia fumato/inalato/iniettato; ma cosa prenda è noto e poco esotico (tè con un goccio di miele) perché tutto è contenuto nella sua testa e, per estensione, in quella degli spettatori con più immaginazione visuale. Se il riferimento ad Huxley è palese (nel suo ormai tradizionale cameo Stan Lee legge Le porte della percezione trovandolo assai divertente) anche il clima culturale degli anni in cui Doctor Strange è stato creato è evidente: l'estetica psichedelica, la spiritualità orientale con tutto il suo armamentario di chakra, medicine alternative, meditazione e viaggi in Oriente si confronta con la razionalità di una cultura scientifica e di un contemporaneo scetticismo. Negli anni sessanta il tentativo di diventare sinestetici in maniera artificiale poteva avere un'aura romantica, nel terzo millennio ha perso anche quella. Nel dominare la magia, nel manipolare spazio e tempo e nel muoversi nel multiverso Strange è tanto eroico quanto ironico. Se lo si paragona con un coetaneo manipolatore di dimensioni spazio-temporali come il Luther Arkwright di Talbot la differenza è evidente: nonostante il mantello e una intenzionale richiamo al Vincent Price più sfuggente e gotico (accentuata a livello musicale dall'esecuzione del tema in una versione che simula il clavicembalo), Stephen Strange non è mai tanto compreso e tormentato quanto Luther e non smette di appartenere alla propria epoca, si tratti di usare Internet, conservare un orologio rotto che rappresenta insieme uno status sociale e affettivo o evocare Byoncé in un monastero nepalese. D'altra parte siamo nel MCU del 2016 ed è di cinema pop che stiamo parlando – e cinema pop non è necessariamente una bestemmia.

Prima di essere assunti al ruolo di (super)eroi sia Starlord che Strange sono complessivamente delle brutte persone: egoisti, arroganti, opportunisti fino al momento in cui devono riconsiderare le rispettive priorità per uscire incolumi da una situazione che ne minaccia la sopravvivenza. Il loro egocentrismo può essere stato causato da fatti traumatici del passato ma non è usato come una scusante ed essi emanano una luce opaca. Tuttavia la profondità delle ambiguità etiche di Starlord è minore di quella di Strange per svariati motivi biografici: Starlord è più giovane, istintivo, non gravato dall'inebriante potere di tenere tra le mani la vita altrui decidendone la fine o il proseguimento, e questo gli permette di essere comunque interpretato da un attore americano. Invece la collettiva incertezza etica di Doctor Strange consegna il film a un monopolio britannico, ribadendo, più o meno volontariamente, la convenzione secondo la quale i cattivi e i non troppo buoni parlano sempre con accento inglese.

Doctor StrangeDall'Antico a Modro a Wong (tutti e tre interpretati da attori britannici) nessuno è ciò che sembra e di questa umana doppiezza sembra portare un marchio sonoro. Sebbene ci sia stata in Doctor Strange una scelta oggettiva e indipendente dalla nazionalità dell'interprete protagonista – Benedict Cumberbatch assomiglia senza troppo sforzo prostetico al disegno – è anche vero che la differenza di accento con cui parla il protagonista prima e dopo la sua trasformazione (spiccatamente newyorkese e in seguito senza inflessione), marca una differenza di stato evidente, quand'anche inconsapevole, per il pubblico anglofono ma inesistente per tutti quelli che ricorrono al doppiaggio. Allo stesso modo il timbro rassicurante e quasi materno di Tilda Swinton, in contrasto con il suo aspetto androgino e severo, si perde in una voce più seducente e dura. Se il valore di questo genere di film sta nella differenza fatta dai dettagli, tutti quelli relativi al parlato se ne vanno senza nemmeno poter essere rimpianti: si rimpiange ciò che si conosce ed è perduto, non ciò che non si è mai conosciuto.

Ma a parte queste idiosincrasie, che in me diventato sempre più manifeste man mano che raggiungo l'età dell'Antico, Doctor Strange (come i Guardiani della Galassia) rimane un film brillante, intelligente e di larga fruizione, ovvero quello che si dovrebbe chiedere a un prodotto MCU e quello che si dovrebbe sperare di ottenere da esso. Certo, sulla carta si possono raggiungere livelli di libertà narrativa e di inventiva visiva che il cinema non consente di ottenere per vari motivi ma spostare dalla letteratura alta ai comics il “è meglio il libro” non è che la conferma che la maggior parte di noi, al contrario di Stephen Strange, ha bisogno di qualcosa di artificiale per potenziare la propria immaginazione.