BoHobbitIl problema del desiderio è che un’aspettativa molto intensa è destinata quasi inevitabilmente a venire delusa. Aver amato la trilogia del Signore degli Anelli nella trasposizione cinematografica di Peter Jackson ha significato attendere con trepidazione la naturale continuazione del progetto con Lo Hobbit. Quello che più di tutto mi ha colpito nei primi tre film è stata la capacità di tradurre in sceneggiatura un opera letteraria la cui lettura è stata una delle esperienze più dure della mia carriera di lettore.

 

Tolkien ha avuto la capacità di racchiudere nella sua mastodontica opera un universo di luoghi, spazi e creature di vario tipo; e descrivendo ogni singolo particolare, ha creato per questo universo un passato, un presente e un futuro. Certo la prosa non è delle più accattivanti e molto spesso il tedio rischia di far desistere dal continuare nella lettura.

Eppure alla fine la si porta a compimento perché dietro a tutte quelle pagine si scorge molto chiaro un disegno, una forte idea che merita di venire scritta e comunicata. Ebbene la trilogia tolkeniana primigenia di Peter Jackson riesce con maestria a riprodurre le linee portanti del messaggio del romanziere seguendo la regola principale per uno sceneggiatore che riduce un romanzo: stravolgere per confermare la sostanza.

C’è un motivo per cui richiamo la trilogia per parlare dello Hobbit, consapevole che sono opere diverse e che devono essere trattate singolarmente. Il motivo sta nelle differenze dei romanzi alla base die film. Lo Hobbit (1937) precede il Signore degli anelli (1954/55) ed è il primo romanzo di questo professore universitario, reduce dalla carneficina della prima guerra mondiale dove ha perso molti dei sui amici e compagni più cari. Non è un romanzo particolarmente lungo ed è scritto in maniera scorrevole e accattivante; e qui vengono abbozzate le linee principali della creazione definitiva di Tolkien. Come nel seguito vi troviamo alcuni caratteri fondamentali come l’eroismo, lo spirito di gruppo, la fratellanza, il senso di appartenenza, il rispetto dell’altro inteso come diverso da sé e che racchiude sempre un senso nel suo esistere, l’ineluttabilità delle scelte, il senso del dovere. Ci sono delle differenze fondamentali nelle due opere e tra queste, quella che mi pare la più significativa e che spiega il diverso livello dei film di Jackson: nello Hobbit non vi è una figura che incarni in sé tutto l’orrore devastatore del Male. Nel resto delle opere sulla Terra di Mezzo, invece, la presenza della figura (!) di Sauron (mai vista realmente ma solamente evocata come presenza e nel film rappresentata dal grande occhio) diventa fattore catalizzante dell’atmosfera di opprimente attesa che accompagna il viaggio del manipolo di eroi. Se Harry Potter vive il suo percorso di formazione sotto la cappa prodotta dalla lontana presenza di Voldemort e se, analogamente, Luke Skywalker combatte la sua battaglia assieme ai suoi compagni contro l’impero che esprime completamente l’essenza del male (non a caso entrambe le opere hanno un debito verso la saga tolkeniana), Bilbo Baggins e la compagnia dei nani intraprendono un viaggio che ha una meta definita ma non un “nemico” contro cui combattere. La cosa non è di poco conto se si considera che dalla trilogia Jackson ha estratto tre distinti film fiume, esaustivi e sontuosi (oltre a essere carichi di pathos e capacità di coinvolgimento) e dallo Hobbit è intenzionato a produrne altrettanti, quando anche due sarebbero troppi. La sensazione che si ha è che la minestra venga allungata troppo e inutilmente (ma attenzione, queste sono solo illazioni, dato che ancora non si è visto il seguito), un po’ come è accaduto per Matrix in cui il primo episodio era sufficientemente esaustivo.

La visione dello Hobbit soddisfa e contemporaneamente delude. È un film curato a livello maniacale, ogni aspetto è studiato nei minimi particolari, con attori perfettamente calati nelle parti, ambientazioni perfette, ricostruzioni fedelissime ma gli manca qualcosa. È una mancanza che incombe su tutte e tre le ore di proiezioni: manca il punto focale perché recuperare il potere sull’antica città dei nani non è sufficiente a giustificare un viaggio così lungo e insidioso, anche se colà li aspetta un drago feroce. È un drago, accidenti, un semplice drago che non può minimamente competere con i cattivi della storia della narrazione. L’occhio del rettilone non è paragonabile a quello di Sauron, oppure a quello di Dracula o della matrigna di Biancaneve. Il ruolo di cattivo è una cosa seria e questa volta la voce profonda del narratore non basta per far scorrere un brivido lungo la schiena dello spettatore. Qui manca l’oggetto, per quanto piccolo (Hitchcock ci ha fatto una carriera su oggetti di poco conto ma che racchiudevano in sé l’incertezza del mistero), manca la tensione, manca soprattutto l’attesa che ti fa trattenere il respiro. Nuoce l’intenzione manifesta degli autori di gettare ponti tra questo film e i precedenti, probabilmente per la volontà di rassicurare i fan che della stessa materia si sta trattando. I rimandi alla trilogia cinematografica appesantiscono inutilmente il film e lo legano a un passato glorioso piuttosto che lanciarlo verso un futuro più roseo. Forse gli autori non ci hanno creduto pienamente all'indipendenza dello Hobbit e forse è per questo che hanno voluto riproporre il trittico che dell’uno fa il trino in una dubbia ricerca di sacralità. Alla fine delle tre ore si rimane a bocca asciutta, poco convinti di essere disposti ad attendere un anno intero per vedere la seconda puntata e più decisi nell'andare in libreria a prendere l’ultima edizione del romanzo, più breve e soddisfacente.