SagaSono il grado zero dello spettatore seriale. A dispetto delle teorie sulla serialità televisiva io sto ancora al feuilleton ottocentesco ovvero cerco intrattenimento, non necessariamente scadente ma comunque poco impegnativo. A volte mi affeziono ai personaggi e ci patisco un po', ma per lo più mi annoio. Mi annoio facilmente. Mi annoio tanto.

Ventisei episodi, sei stagioni?!
Chi sono 'ste cretine con 'ste facce da cavallo e 'ste brutte scarpe?
O madre, ancora zombie?!?
Sai quell'orso polare sull'isola tropicale dove dovresti metterlo?
Questo non significa che non ci provo, a stare al passo con il mio tempo. Mi ero appena lasciata alle spalle The Leftovers (annegandolo in un mare di improperi da cui ho salvato, per amor di patria seriale, solo Eccleston), quando mi hanno allungato True Detective. Il bugiardino di prescrizioni era lungo così: racconto misogino come non se ne vedeva da tempo (guai che il mio cuoricino di fan di Russel T Davies, non abituato alla misoginia, scoppiasse); somma di tutti i luoghi comuni del genere “coppia di poliziotti dal carattere opposto” a caccia del serial killer (ecco, comincio ad annoiarmi); ambientato in Louisiana (un postaccio orrendo dove non andrei di mia volontà nemmeno per finta).
Merito dei pochi episodi (e nonostante i pochi episodi di un paio ne avrei fatto uno...) sono arrivata alla fine, non particolarmente esaltata ma nemmeno infastidita. True Detective non è cinema e non è la rivoluzione. È una piacevole narrazione a episodi aperti con una bella fotografia, girato in pellicola (circostanza che ha contribuito a limitare il numero di episodi, sediovuole!), dignitosamente tenuto su dai due attori protagonisti e con una storia non proprio originalissima: c'è un omicida seriale (forse un'intera setta) che uccide donne e ragazzini ambisesso con complicati rituali che pescano nel torbido delle paludi e del voodoo. Alla fine della serie la mia reazione è stata: sì, bòn, però a me ha colpito qualcos'altro, qualcosa che ho già visto da un'altra parte. Aria di famiglia.
La coppia Rust Cohle/Marty Hart è assortita come la coppia Saga Norén/Martin Rohde, protagonisti della coproduzione danese-svedese Bron-Il ponte. Appena mi sono trovata davanti Rust – come era già successo con Saga – ho subito riconosciuto quella brutalità nell'esprimere le proprie opinioni, la logica ferrea e pedante di chi sa che alla fine ha ragione e te lo farà pesare, la totale mancanza di abilità sociali, diplomazia e rispetto per la gerarchia che sfocia nell'autolesionismo, sensorialità distorta per eccesso o difetto, sguardo sfuggente, mimica facciale spesso minimale o non coerente con le emozioni provate e le parole pronunciate.
Saga si presenta praticamente con la diagnosi di sindrome di Asperger in mano, per Rust viene costruito un passato di sofferenza (la morte della figlia, la separazione dalla moglie) che possa rendere plausibili i suoi modi scostanti ed eccessivamente schietti, ma è difficile credere che non sia sempre stato così. Come Saga anche Rust rivolge domande puntuali nel momento sbagliato o alle persone sbagliate, dimostrando una totale ignoranza per i tempi non scritti della conversazione e dell'interazione interpersonale. Sebbene non siano mai andati realmente lontani dal loro paese d'origine, il detective americano e l'ispettrice svedese arrivano dal pianeta dell'indecifrabile e dell'imbarazzo.
RustSia Saga che Rust hanno una memoria visiva spiccata, prendono appunti disegnando e ragionano per pattern, ovvero trovano uno schema che si ripete e collega fatti ed eventi che agli occhi dei loro colleghi non hanno immediata connessione. Nello spettatore medio potrebbe nascere il sospetto che Rust e Saga siano dei grandissimi stronzi o almeno un po' psicotici. Indubbiamente uno dei rischi dell'essere adulti Asperger è di essere presi per stronzi (il che non significa che non si possa esserlo davvero: la neurodiversità, come la neurotipicità, si declina in infinite sfumature) mentre l'incapacità di manipolare gli altri per i propri fini esclude la psicosi con discreta sicurezza. Da questo punto di vista è Marty a essere ben avviato verso la psicosi.
È vero che negli interrogatori Rust e Saga ottengono con mezzi non convenzionali ciò che stanno cercando, ma si tratta di situazioni fortemente ritualizzate, un copione in cui non è difficile prevedere lo stato d'animo della controparte. Soprattutto, nella loro razionalità impaziente non capiscono perché, se si deve far confessare qualcuno o se si devono ottenere informazioni, sia necessario girarci intorno. Saga non usa la violenza, a Rust qualche cazzotto scappa di mano ma la dinamica non è quella del picchiatore sistematico, ma quella di chi non riesce a contenere uno scatto d'ira e/o frustrazione. In alternativa Rust si chiude e Saga si isola. Non starò a riassumere qui cosa sia un meltdown o uno shutdown – la descrizione si trova anche in rete, pigroni.
L'unico momento in cui è resa esplicita la particolare condizione neurologica di Rust è quando il detective parla della propria sinestesia, un disturbo percettivo-sensoriale spesso presente in chi è Asperger. La maggior parte delle persone riconosce un profumo con l'olfatto e un colore con la vista, mentre i sinestetici vedono un colore quando percepiscono un odore o viceversa. La sinestesia produce effetti simili a quelli descritti da Rimbaud in Vocali, quando associa un colore a ogni vocale invece di un suono, come sarebbe più ovvio fare. Rust dice anche di avere spesso visioni o stati di percezione alterata della realtà e la prima motivazione che viene data allo spettatore è che ciò sia dovuto all'alcolismo. Ma forse l'effetto precede la causa, forse Rust non percepisce la realtà in modo alterato perché beve ma beve per alleviare la fatica di percepisce la realtà in modo diverso alla maggioranza dei suoi interlocutori. Spesso gli Asperger si descrivono come computer sovracarichi di informazioni che arrivano tutte insieme e senza ordine di precedenza fino a portare a una sorta di overload. L'apparente distacco non è indifferenza all'esterno ma difesa dall'eccessiva invadenza degli stimoli esterni. In True Detective e Bron sono rappresentate le dinamiche più evidenti che diversificano gli Asperger uomini dalle donne: i primi spesso sono scambiati per scattosi iperattivi, le seconde per timide croniche.
Saga e Rust sono delle caratterizzazioni, dei personaggi di finzione e non vogliono essere l'esatta messa in scena di un trattato di psichiatria, ma il modello in cui sono stati fusi non è quello in cui si fondono i personaggi neurotipici ed è un modello più realistico, seppure meno divertente, di quello usato per Sheldon Cooper. Anche così, le due coppie di investigatori, costruite per opposizione, mostrano con chiarezza quanto sia difficile intedersi tra un neurotipico e un Asperger; allo stesso tempo dimostrano come non sia impossibile. Quello che avviene tra Saga e Martin e, in modo molto più violento tra Rust e Marty, è la messa in scena del logorante scontro tra due modi diversi di relazionarsi con se stessi, con gli altri e con l'ambiente circostante. Lo sfinente insistere delle mogli di Martin e Marty per conoscere Saga e Rust, il loro bisogno di riportarli a un'organizzazione della quotidianità che non sia eccentrica e solitaria, ha i contorni dell'invasione e dell'aggressione. Di fatto Rust è aggredito fisicamente sia da Marty sia da Maggie, quasi fosse l'unico modo per accorciare la distanza con la sua stranezza e l'implicita minaccia che porta –, come qualsiasi stranezza. La tentazione di ridurre tutto a “maschi vs femmine” e “maschi vs maschi” è forte, eppure l'opposizione è più radicale, più simile all'opposizione tra due sistemi operativi che tra due generi. In questo senso le scelte narrative di Nic Pizzolatto e Hans Rosenfeld sono originali e inattese, ma questo non significa che non si possa fare meglio.
Sarebbe interessante dare la possibilità a due personaggi come Saga e Rust di liberarsi da quelle palle al piede a cui sono stati incatenati e cominciare a lavorare insieme: senza implicazioni sentimentali ed erotiche, senza scene di sesso pretestuose, senza serate attorno al tavolo di famiglia con la mogliettina del collega che cucina la cenetta, senza pistolotti che non si può star da soli, senza tutti quei luoghi comuni sull'empatia e sull'aprirsi agli altri tanto per che ammorbano l'esistenza di un'ampia fetta di umanità.
Un punto di vista radicalmente neurodiverso. Forse così mi annoierei di meno.