progressivi1Quando capita di guardarsi alle spalle e considerare la cultura italiana nel periodo cha va dagli anni cinquanta all'inizio degli anni ottanta capita spesso di essere presi da sentimenti contrastanti: ammirazione, rimpianto e una vaga e sorda rabbia per quell'abitudine collettiva ad arrivare prima degli altri per poi restare in stallo, lasciarsi superare e arretrare spaventati da tanto ardire. 

Quante volte, parlando di letteratura, di cinema, di design, di musica, di arte sperimentale, ma anche di scienza teorica e applicata, abbiamo sentito la frase: prima di altri l'italiano/a Pinco/a Pallino/a raggiunse un certo risultato. Poi c'è qualcosa che si inceppa con i brevetti, con la maledetta piramide inversa che fa in modo che un superiore ottuso penalizzi un sottoposto brillante, con il gusto del pubblico che cambia, con la pigrizia di chi fa da tramite tra il gusto del pubblico e la proposta dei talenti creativi. Allora l'innovatore o muore o si ritira o va all'estero.
E la storia si ripete.
Questo misto di orgoglio, tristezza e rassegnazione è affiorato di nuovo mentre guardavo Prog Revolution, il documentario di Rossana di Michele (con la regia di Jacopo Rondinelli, la collaborazione alla scrittura di Omar Pedrini e Valentina Di Ceglie e la consulenza artistica di Stefano Senardi) presentato al Trieste Film Festival e in programmazione su SkyArte dal 25 febbraio. L'argomento, come suggerisce il titolo, è la scena del rock progressivo italiano, un contesto musicale che si allarga e coinvolge il mondo della grafica, della fotografia, dell'editoria, delle nascenti radio libere e della controcultura militante, con risultati che, a distanza di anni, continuano a essere sorprendenti per vivacità e creatività. Questa musica capace di spaziare in più direzioni contemporaneamente si allontana dal rock tradizionale e dal pop, sfugge dal binomio Beatles/Rolling Stones e dal sistema dell'importazione delle licenze (il fenomeno per cui in Italia si diffondevano prima le versioni tradotte dei successi internazionali e solo in seconda battuta gli originali) e si radica nel nostro paese senza mediazioni, dando vita a una produzione alternativa al pop ma capace di avere lo stesso massiccio seguito in patria e anche all'estero. Nel progressive si introducono strumenti fino ad allora esclusi come i fiati, i cembali, il violino; in questo contesto si utilizza il moog, uno primi sintetizzatori dalle sonorità avvolgenti e siderali; si condensano esperienze sociali, culturali e politiche di cui non sempre si è in grado di prevedere le conseguenze. La libertà che la musica porta in sé è potenzialmente senza limiti: sfuggire dalla “mafia delle case discografiche”, sfuggire ai confini di genere, abbandonare la durata standard della canzone (quello stesso standard che in seguito taglierà fuori dalle radio private commerciali ogni forma musicale che non si esaurisca nella durata di una hit pop almeno fino all'avvento delle radio tematiche in streaming) e andare diritti verso l'Utopia di un mondo “più giusto, libero e divertente” in cui gli artisti potevano sì essere sottoposti a pressioni di tipo culturale o politico, ma non erano sottoposti alla mera pressione economica. La caduta negli anni ottanta sarà proporzionale alla grandezza del volo.
progressivi2Il racconto di Rossana di Michele si struttura in capitoli che affrontano momenti cruciali del contesto sociale e storico accostandoli ai ricordi di alcune personalità di riferimento. Come accadeva allora nell'attività artistica e della vita quotidiana, il movimento studentesco, i festival, le radio libere (“ma libere veramente” e diametralmente opposte per struttura e finalità alle successive radio private commerciali) si mescolano con l'evoluzione artistica di Demetrio Stratos, passato dal beat dei Ribelli alla sperimentazione degli Area, con la nascita e la crescita della PFM, con l'esperienza umana e artistica di Eugenio Finardi e con le testimonianze di discografici, fotografi e animatori culturali quali Senardi. Mussida, Guarnaccia, Masotti, Lelli e Palla. Prog Revolution inizia e si conclude con quello che può essere considerato il punto più alto ed ecumenico di questa stagione eccezionale. Il 14 giugno del 1979, all'Arena Civica di Milano, si tiene un concerto che, come ricorda Monica Palla (collaboratrice di Gianni Sassi, fondatore della casa discografica indipendente Cramps) doveva servire a raccogliere fondi per permettere a Demetrio Stratos di curarsi negli Stati Uniti ma che diventa un collettivo omaggio postumo al suo talento, alla sua persona e al contesto culturale a cui apparteneva. Riviste oggi, le immagini degli spettatori e dei musicisti, uniti in un medesimo stato di tensione emotiva, sembrano celebrare la fine di un'epoca in cui tutto sembrava possibile: cantare, scrivere, leggere, comporre musica, fotografare, disegnare, discutere e persino perdere tempo. La musica che Sassi e Mammoni producevano (gli Area di Stratos, gli Skiantos di Freak Antoni, Finardi, Rocchi, gli Arti&Mestieri, il primo Camerini) è insieme alternativa e di successo e per una stagione breve e intensa riesce a sostituire il pop e il beat italiano. E, in molti casi, a radicalizzarsi nella memoria comune e sopravvivere nei decenni diventando quasi proverbiale: “qui da noi in fondo, la musica non è male, quello che non reggo sono solo le parole”, è una considerazione che spesso verrà la tentazione di fare a molti e di molte età diverse negli anni successivi.
CRAMPS RecordsLa storia del progressive rock italiano diventa la storia della possibilità, dell'azione politica intesa come partecipazione culturale attiva, come atto creativo costruttivo in cui mezzi diversi vengono utilizzati in modo non gerarchico ma paritario. La musica e le parole hanno la stessa importanza ma assolvono a funzioni diverse: le parole creano l'immagine narrativa, il contesto o il senso, mentre la musica si libera da questa necessità e si concentra sullo stato d'animo che la narrazione (personale ma anche politica e sociale) produce. Nel documentario i componenti della PFM spiegano con efficacia come questo processo si concretizzi, usando uno dei loro brani più famosi, ovvero Impressioni di settembre: qui parole e musica hanno la stessa relazione, stretta ma autonoma, che esiste (o dovrebbe esistere) tra l'immagine cinematografica e la colonna sonora. Lo stesso processo di libera sperimentazione lo si può ritrovare nei vasti interessi cultuali di riviste come Gong o nelle magnifiche e innovative cover che Sassi creava per gli artisti della sua etichetta. Quell'insieme di testo scritto a carattere dattilografico (che richiamava quello dei ciclostili del movimento studentesco), improvvise macchie di colore, illustrazioni raffinate, fotografie in bianco e nero e ironici fumetti, è ancora capace di creare immediati contrasti e giochi di parole visivi, insieme incisivi e divertenti.
È difficile concentrare in un documentario il dato storico e quello emotivo, i fatti con la loro interpretazione, gli individui e la collettività in cui vivono e agiscono, ma Rossana di Michele c'è riuscita con spirito realmente progressive, riuscendo a utilizzare tutti gli strumenti a sua disposizione (materiale d'epoca, interviste, brani incisi ed eseguiti dal vivo), valorizzando ognuno di essi, non nascondendo i punti di contrasto e contraddizione e facendoli interagire in modo insieme autonomo e articolato. Personalmente ho trovato Prog Revolution simile alla descrizione che Finardi dà nel documentario delle serate a casa di Sassi: delle situazioni in cui confluivano input diversi che venivano lasciati lavorare in sordina e da cui poi nascevano canzoni, discussioni o approfondimenti e in cui non era determinante produrre oggetti ma produrre significati.