Dottore chitarra occhialiQuanto segue è stato suggerito da tre fatti avvenuti nello spazio di una settimana: la messa in onda su Rai4 del primo episodio della nona stagione di Doctor Who; la programmazione in sala dello speciale natalizio di Sherlock e l'inopportuna morte di Alan Rickman.

I tre eventi, che nella mia vita di spettatrice rivestono un ruolo importante, sembrerebbero del tutto indipendenti, a parte il loro elevato tasso di britannicità e implicita nerditudine. Nella mia testa invece sono strettamente collegati a questioni linguistiche e sonore solo apparentemente futili, questioni che riguardano le nostre capacità di lettura e comprensione di un prodotto multimediale. Fino a che punto infatti si può accettare il tradimento implicito in ogni traduzione? E fino a che punto siamo in grado di giudicare una performance quando in essa viene interamente sostituito un canale comunicativo importante qual è quello verbale o sonoro, capace di dare colore, calore e realismo a un dialogo televisivo o cinematografico? E cosa resta di un attore doppiato quando è presente in un film o in una serie solo con la propria voce? Da Golum in poi avremmo dovuto porci il problema anche senza essere dei grandi frequentatori di cinema d'animazione (un contesto in cui il contributo mimico di un attore è profondamente alterato o scompare del tutto), ma si può dire che la maggior parte degli spettatori sia arrivata fino a Smaug restando candida come la neve.
L'Italia è un paese fondato su parecchie cose potenzialmente positive declinate in forme discutibili, tra cui il doppiaggio. Per generazioni è stato praticamente impossibile sapere con che timbri e con quali intonazioni parlassero gli attori stranieri, un privilegio che abbiamo condiviso con pochi altri paesi europei, un privilegio che ci ha resi il paese dei doppiatori più bravi e dei migliori adattatori al mondo, benefattori che hanno donato a molti paperini delle voci soavi. Mentre capisco il bisogno di non rompersi la testa su ogni film che la distribuzione manda in sala e la necessità di svagarsi guardando una serie televisiva, capisco con meno trasporto la motivazione che il doppiaggio migliori le prestazioni degli attori stranieri. La mia sarà anche tigna filologica ma un regista sceglie un interprete anche per la sua voce e mi farebbe assai piacere che questa, bella o brutta che sia, fosse conservata. Se doppiaggio deve essere che resti sul registro originale: gracchiante, suadente, ridicolmente acuto o drammaticamente baritonale. Invece Kylo Ren in italiano sembra un ragazzino in preda a continue crisi isteriche; e il fascino di Her (che sarebbe meglio rititolare Scarlett Johansson, Where Are Thou?) si perde del tutto nell'impaccio con cui il suo personaggio virtuale è stato reso in italiano. Qui si potrebbe aprire una digressione sugli attori che doppiano senza cognizione – basta confrontare Ice Age con Ice Age 4 per capire di cosa sto parlando – ma non lo farò.
Intanto però la pratica del doppiaggio è diventa così pervasiva da implicare comportamenti più significativi delle mie fissazioni. Con l'avvento del digitale satellitare e terrestre e soprattutto con lo streaming (legale e illegale) è possibile accedere alle versioni originali o sottotitolate con facilità. Eppure anche gli studenti di cinema e i frequentatori di festival italiani si lamentano, più o meno disinvoltamente, di non essere capaci di leggere i sottotitoli e guardare le immagini, un impedimento che potrebbe essere catalogato tra le modificazioni genetiche distintive di particolari aree geografiche – come l'anemia mediterranea, per dire. Inoltre quasi nessuno si rende conto che nel momento in cui si appresta a giudicare un attore spesso sta giudicando la performance del suo doppiatore: la voce è entrata nel cervello portando il suo carico emotivo e vi si è depositata senza che la ragione si facesse altre domande. Ingannevole è l'orecchio più di ogni altra cosa.
Spesso ineccepibile, a volte il ruolo di psicopompi culturali assunto da doppiatori e adattatori si rivela più prossimo a Google Translator che al babel fish di Douglas Adams. In questi casi ogni obiezione, anche ben argomentata, viene accolta con l'italico “lei non sa chi sono io”: lei non sa cosa significa questo lavoro, la fatica, lo sforzo intellettuale, i tempi stretti, i pochi soldi, cinque anni di accademia d'arte drammatica per fare questo invece delle fiction in prima serata. Ragazzi, se cominciamo a lamentarci dei nostri conti correnti, dei nostri contratti precari e dei nostri sogni infranti non è più finita. Se qualcuno stigmatizzasse che l'insegnamento universitario è inadeguato e io ribattessi che ho passato una vita a insegnare a contratto all'università al prezzo annuale della retta pagata da uno solo dei miei studenti, non risponderei in modo costruttivo alla domanda. E quello che è storto resterebbe storto comunque.
Cerchiamo allora di essere costruttivi. Esporrò di seguito degli esempi che mi hanno alterato in gradi diversi la verosimiglianza di quanto stavo guardando. Spesso si tratta di perdite inevitabili, ma come si scrive sulla copertina di un libro la caratteristica della sua edizione (integrale, condensata, con testo a fronte ) forse sarebbe opportuno avvisare lo spettatore di quale edizione sta usufruendo. Perché possono dare fastidio i casi in cui la voce italiana di un attore si impossessa del corpo di un collega con cui non ha nulla da spartire per aspetto, stile e provenienza (Leonardo Di Caprio, esci dal corpo di Cumberbatch! Te lo ordino! Ora!), ma i casi in cui si altera il significato di un dialogo o di una storia sono anche peggio.

Un'illustre premessa: lieto fine a ogni costo
In Italia il primo doppiaggio de La principessa Mononoke (un fraintendimento fin dal titolo: la principessa in questione, rispondente al nome di San, era una principessa dei mononoke, delle creature mostruose ed era considerata mostruosa creatura a sua volta) stravolgeva completamente il senso del film, alterando le battute di congedo. Se tutte le versioni mostrano Eboshi dichiarare che ricostruirà Tataraba e il monaco Jikobo esclamare che sono tutti pazzi, nella traduzione italiana Eboshi sostiene di aver imparato la lezione e Jikobo chiosa che la Natura questa volta ha vinto. Per rimettere le cose a posto ci sono voluti solo quindici anni, ma chi se ne importa? Solo una percentuale statisticamente inconsistente di spettatori italiani conosce il giapponese o guarda un film giapponese con i sottotitoli in inglese. Il rispetto per l'integrità di un'opera passa in secondo piano davanti ai grandi numeri.

JWSH pants

Primo esempio: John Watson è cieco, Sherlock Holmes dimentica i pantaloni e il Dottore ha quindici anni e viene dall'hinterland milanese

E allora consideriamo i grandi numeri. Bene o male “inglese tuti sa, siora Nina!”, direbbe il Bortolo dei compianti Carpinteri e Faraguna. Se il dialogo doppiato entra in conflitto con quanto mostrato dalle immagini gli occhi abbandonano lo schermo e si alzano verso il soffitto in segno di incredula esasperazione, simili a quelli di Mycroft Holmes quando deve gestire l'imprevedibile fratello. Prendiamo allora L'abominevole sposa. Per come è strutturato, Sherlock è una serie più vicina al cinema che alla televisione: tre episodi di novanta minuti per stagione, almeno due anni di produzione tra una stagione e l'altra, molti esterni, molti personaggi. In Italia l'episodio natalizio è stato proposto in sala per un periodo limitato e con la modalità riservata agli eventi speciali e alle dirette satellitari, destinate per lo più a un pubblico abituato alle versioni originali sottotitolate. Ma le tre stagioni precedenti di Sherlock sono state programmate anche in televisione, dunque sono state doppiate; e questa modalità è stata scelta anche per il cinema, sebbene l'episodio sia preceduto e seguito da contenuti speciali sottotitolati al cui interno sono presenti citazioni di scene in versione doppiata perché tratte dalle stagioni precedenti. Al confronto l'andirivieni di Sherlock dall'epoca vittoriana ai giorni nostri è il percorso della sobrietà, tanto che per creare stordimento nello spettatore non è nemmeno necessario fargli assumere la lunga lista di droghe usata dal protagonista. In questa babele incoerente di idiomi mi ha colpito una scena contenuta nel primo espisodio della seconda stagione, scena che ho sempre visto in inglese e di cui non avevo potuto apprezzare a pieno il surrealismo. Sherlock e Watson sono convocati a Buckingham Palace dall'ineffabile Mycroft. Da una scena precedente si sa che il primo è stato prelevato a casa, ha opposto una resistenza passiva ma ostinata e ora sta seduto su un divanetto, irrigidito, contrariato e avvolto in un lenzuolo. Watson entra nella stanza, osserva a lungo la scena, si avvicina e chiede: "Do you have any clothes?". In italiano il povero Watson fa la figura dell'ipovedente perché dopo aver fissato con attenzione l'amico chiede: "Ti sei messo i pantaloni?", e lo chiede a una persona i cui pantaloni stanno ripiegati sul tavolino di fronte insieme a tutti gli altri capi di abbigliamento, scarpe comprese. La domanda è ovviamente retorica: nella sua indeterminatezza any clothes implica la speranza (già morta sul nascere) che, sotto il lenzuolo, Sherlock abbia addosso almeno la biancheria. Entra in scena Mycroft, solenne e capriccioso come la regina Vittoria, e invita i due discoli a comportarsi da persone adulte. Watson ribatte che adulti lo sono eccome: insieme risolvono crimini, lui scrive un blog e Sherlock “forgets his pants”, che in italiano diventa: “si dimentica i pantaloni”. Tradurre pants con pantaloni invece che mutande potrebbe essere anche corretto ma altera il contesto dell'azione: il dialogo si svolge tra persone di classe e cultura medio-alta, indubbiamente britanniche, e non tra yankee che chiamano i pantaloni come le mutande. Inoltre il cambio di indumento attenua il senso provocatorio di tutta la scena, una pura prova di forza e di resistenza psicologica giocata attorno a una pila di vestiti. Non indossare i pantaloni sarebbe stata solo goffaggine, presentarsi avvolti in un sudario senza altro addosso è insolenza. Ed è un tratto distintivo di Sherlock essere socialmente goffo in modo involontario ma diventare intenzionalmente esasperante nei confronti del fratello maggiore.
Perché questo dettaglio (accompagnato da una pletora di altri dettagli simili che elencare sarebbe solo crudeltà verso chi legge) è così importante? Nello speciale trasmesso da Rai4 che ha accompagnato la messa in onda dell'episodio natalizio di Doctor Who, Steven Moffat (attuale showrunner della decana tra le serie di fantascienza e co-autore di Sherlock) nota che una serie deve esprimere la quintessenza della cultura che l'ha prodotta e Sherlock (come Doctor Who) è un distillato di britannicità nei suoi tratti positivi e negativi, divertenti e sinistri. Anche il doppiaggio dovrebbe tenere conto di questo aspetto: gli accenti si perdono e pazienza, ma il lessico dovrebbe essere coerente con i personagg. In quello che Mycroft chiama “the very heart of British Empire” le cose si chiamano ancora con il loro nome, le persone conoscono la differenza tra trousers e pants e non li usano a caso.
Tuttavia ci sono casi in cui la verosimiglianza si conserva facendo un passo indietro. La resa all'impossibilità di tradurre o adattare non è segno di debolezza e non implica incomprensione, soprattutto se un termine è stato a sua volta acquisito. Prendiamo il caso, spinoso, della traduzione del termine dude con bella zio nel primo episodio della nona stagione di Doctor Who. Dude è slang americano, ormai entrato nel parlato britannico e in quello mondiale, pur conservando qualche problema in italiano: ne Il grande Lebovski infatti è tradotto con drugo rimandando così ad Arancia meccanica, dove però i drughi di Alex in originale non erano dude ma droog. Dude insomma è vicino a tutto quello che è lontano da Alex: musica rock, California, pace e amore. Ma torniamo al Dottore. Bella zio non adatta il contesto originale traducendolo ma lo sostituisce semanticamente. Bella zio lo dicono (e lo dicono solo in certe zone d'Italia) i ragazzini contemporanei e i giovani adulti che vogliono fare i ragazzini e forse poteva essere una buona traduzione se in originale si fosse usato bro o un'espressione simile. Invece, tutta la nona stagione ha connotato il Dottore in modo decisamente rock (porta occhiali scuri, suona la chitarra elettrica) e in questo contesto dude rimanda a un mondo che non supera la soglia degli anni ottanta del Novecento. Considerata la tradizionale caratteristica del Dottore a non lasciare nulla al caso quando si tratta di abbigliamento, il termine enfatizza in modo ironico sia il significato originario del termine, ovvero individuo dall'aspetto affettato, sia quello contemporaneo di persona elegante, imperturbabile e rilassata da prendere a modello. In definitiva: come andava tradotto il termine per perdere meno sfumature possibili? Non andava tradotto. Come in altri episodi si lasciano le distanze in miglia e le misure in piedi, anche dude poteva restare intatto. Il contesto anacronistico in cui compare l'avrebbe caratterizzato proprio come una di quelle parole di slang che restano uguali in tutte le lingue del mondo tipo oh yeah e oh baby. Perché nessuno dice bella zio a un concerto rock, c'mon.

Secondo esempio: trovare un posto a Sherlock nel Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders
Fin qui ci siamo mossi nel regno dell'interpretazione, ma quando il discorso si fa complesso le imprecisioni cominciano a pesare. C'è un altro adattamento nei dialoghi di Sherlock che mi ha particolarmente indispettita, come tutte le cose che toccano da vicino. L'adattamento – o meglio: la sostituzione -, altera il senso di un dialogo brevissimo ma significativo e contraddice sia l'originale sia il sottotitolo italiano ufficiale. E prima che qualcuno giustifichi il crimine invocando l'attenuante del labiale: remenghis il labiale, siora Nina!, come avrebbe potuto dire il Bortolo dei compianti Carpinteri e Faraguna. Le batture sono brevi e veloci e gli attori sono ripresi in campo medio, dunque non si presta particolare attenzione al labiale. La ragione di questa traduzione sembrerebbe di carattere semplificativo ed esplicativo: sostituendo un termine specifico con uno generico si cerca di rendere il testo più comprensibile. Ma il target di Sherlock non è quello di Don Matteo quindi un po' di complessità non è disprezzata dallo spettatore. E se lo è, può sempre tornare a Don Matteo.
Nel secondo espisodio della seconda stagione (Il mastino di Baskerville) Watson cerca di convicere Lestrade che nonostante l'accoglienza poco cordiale Sherlock è contento del suo arrivo. Lestrade commenta che capisce la situazione: Sherlock si comporta in modo scostante e impaziente ma allo stesso tempo cerca volti noti e routine a causa del suo stato. L'ispettore fatica a pronunciare la definizione esatta, bloccato dal tipico imbarazzo di chi sta cercando un eufemismo per qualcosa di potenzialmente sgradevole o imbarazzante. Watson va in suo soccorso e finisce la frase: in inglese dice Asperger, in italiano autismo. Come vi dirà qualsiasi Asperger adulto che abbia trovato un modo per conciliare la propria diversità neurologica con la vita quotidiana, la sindrome di Kanner, quella che più corrisponde all'idea che lo spettatore medio ha dell'autismo (un mix di Rain Man e Forrest Gump) è tutta un'altra cosa. E sebbene la quinta edizione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (noto come DSM-V, il testo ufficiale di riferimento degli psichiatri statunitensi ed europei) abbia creato, per ragioni più economico-politiche che neurologiche, la grande e vaga categoria dello spettro autistico, questo non significa che le differenze scompaiano con la definizione. Un sordo non sente meglio se viene chiamato non udente e un Asperger – come la rosa della logora poesia di Gertrude Stein – resta sempre un Asperger. Chiamare le cose con il loro nome è importante perché avere dei personaggi di finzione così definiti, brillanti e tutto sommato realistici (la vita quotidiana e di relazione per Sherlock e con Sherlock non è per nulla semplice) è importante per la creazione di un'individualità collettiva positiva.
L'obiezione che mi si può avanzare è che se il DSM-V non fa distinzione tra i due stati perché dovrebbe farla l'adattatore? Perché l'episodio è stato girato prima della pubblicazione del DSM-V ovvero quando le due condizioni erano separate, e soprattutto perché tale distinzione viene fatta nei dialoghi originali e non è una distinzione secondaria. Con questa precisazione gli autori hanno voluto fornire un dettaglio importante ed esplicito per interpretare il comportamento del protagonista. Nella prima stagione Sherlock veniva definito con disprezzo psicotico e lui stesso si definiva “sociopatico ad alto funzionamento”; poteva bastare ma se gli autori hanno sentito la necessità di fornire una precisa diagnosi (non a caso la parola che mette fine a ogni dubbio è pronunciata dal medico Watson) non è giusto che questa venga alterata e resa più generica e imprecisa. Non che la neurodiversità di Sherlock non sia evidente per lo spettatore Asperger o per chi ne frequenti uno, ma rederlo esplicito è una piccola gratificazione a cui non si rinuncia volentieri. E se è tanta la gratitudine verso autori e interprete per averci resi con giustizia lo è molto meno per chi ha limato dettagli essenziali per una consistente quantità di spettatori.

Terzo esempio: the sound of silence
Di tutti questi esempi si potrebbe fare a meno: cosa cambia una parola all'interno di un episodio, chi se ne importa se i timbri e gli accenti di attori eccellenti vanno perduti come lacrime nella pioggia, a chi interessano le fissazioni di snob che non riescono a sostenere una conversazione in lingua straniera senza l'ausilio di un paio di pinte? Niente. Però non ditemi che vedendo un'episodio doppiato tra quelli fin qui citati non vi prende un senso di straniamento, una sensazione di inquietudine. Pensateci bene. Meglio, lasciate perdere mutande e pantaloni e rivedetevi il primo esempio citato. Ascoltatelo nella versione doppiata dal momento in cui Watson sale sull'elicottero all'entrata in scena di Mycroft. Se avete un audio digitale 5.1 è probabile che l'effetto straniante sia amplificato. In questa scena infatti manca il rumore d'ambiente, quei fruscii e quei rumori più o meno attutiti che crediamo di non registrare ma che ci accompagnano costantemente. Nelle versioni doppiate di serie televisive girate in presa diretta come Sherlock o Doctor Who se ne va circa l'ottanta per cento dei rumori ambientali, quindi possiamo dire che viene asportato l'ottanta per cento della verosimiglianza di una scena. Non sto dicendo che il male sia evitabile (se il parlato e i rumori ambientali sono sulla stessa traccia non è facile preservare questi modificando quello) ma sarebbe opportuno essere consapevoli di questa mancanza. Forse ora avete messo a fuoco il disagio ma non siete snob (e nemmeno Asperger) e dunque lasciate correre. Quello che conta è portare a casa la storia, il dipanarsi della matassa narrativa. Conoscere la trama, arrivare alla fine, evitare lo spoiler. Eppure, fateci caso: le pale non smuovono l'aria, le radiotrasmittenti non gracchiano, le scarpe di Watson non scricchiolano, l'aria non esce dai polmoni, le gole non deglutiscono. Un luogo più silenzioso lo troverete solo all'interno del buco nero di Interstellar. La sensazione è che i corpi siano sullo schermo e le loro voci siano ancora in un ambiente insonorizzato come la sala di doppiaggio, con un effetto mesmerizzante e artefatto. Ma almeno ci restano i corpi, le facce, i gesti da guardare e valutare. Ma quando scompaiono anche questi?

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Terzo esempio: tesoro, mi si è volatilizzato l'interprete!

Il problema è quello accennato a proposito di Her: come si può giudicare l'interpretazione di un personaggio virtuale, a cui un attore noto ha prestato la voce, quando questa voce è doppiata? Se vediamo Her in italiano possiamo valutare Micaela Ramazzotti e non Scarlet Johansson, ma in realtà è frequente fare o ascoltare dichiarazioni del tipo: “Mi chiedo come ci si possa innamorare di una voce così rigida, così consapevole di recitare. La Johansson ne esce malissimo”. Che qualcuno ne esca male è sicuro, ma è l'interprete sbagliata. Se la comunicazione verbale si limita a: “Io sono Groot”, un'idea non troppo irrealistica dell'originale è possibile, soprattutto se l'attore doppia se stesso in tutte le versioni previste (ma non in italiano). Ma cosa possiamo dire di Rocket Racoon? Che è psicologicamente ben definito, animato e doppiato perché di Bradley Cooper, nella versione italiana, non resta più traccia evidente. Un altro esempio estremo. Prendiamo il robot più depresso, pessimista, paranoico e sarcastico della storia della fantascienza ovvero il Marvin de La guida galattica per autostoppisti: una volta doppiato in italiano cosa resta in lui di quanto gli ha dato Rickman? Niente. Scomparso, sostituito, volatilizzato. Quella che secondo un sondaggio di qualche anno fa è stata individuata come la migliore voce del Regno Unito (a parimerito con Jeremy Irons), è la voce dell'ignoto per la maggior parte degli spettatori italiani, con l'eccezione forse dei più giovani che, spontaneamente o sobillanti da qualche insegnante d'inglese, avranno visto Harry Potter in lingua originale. Se ci atteniamo a Dogma di Kevin Smith dovremmo concludere che gli spettatori italiani, per sentire la voce del divino, non hanno bisogno solo della mediazione del suo messaggero ma, in più, hanno bisogno della mediazione del doppiatore. Diversamente è probabile che ci esplodano i timpani e si perda la ragione.

Di nuovo non è essenziale alla vita di nessuno aver visto in lingua originale Die Hard od Orgoglio e pregiudizio o L'ospite d'inverno. Tuttavia trovo che questa sia una doppia perdita: lasciate a parte le spoglie mortali che tutti condividiamo, quello che distingue alcuni dagli altri è il talento. Il fatto che questo sia programmaticamente alterato mi procura un senso di prostrazione e sconforto forse più disperante della morte stessa. Che spreco aver conosciuto la metà del talento di Rickman. Ma che spreco per chiunque altro, vivo o morto e di qualsiasi nazionalità sia.

Illustri conclusioni: si può fare!
Doppiaggio e adattamento non sono un crimine, ovviamente. A volte il risultato è all'altezza dell'originale come, per esempio, in Priscilla la regina del deserto, in Frankenstein jr. o in Gran Budapest Hotel in cui il desueto garzoncello calza perfettamente al contesto della vicenda narrata tanto quanto il bella zio stona in Doctor Who. Se è giusto che i doppiatori continuino a fare il loro mestiere in nome di tanti spettatori che lo sono per diporto, sarebbe però ora che tutti gli altri cominciassero a essere consapevoli del limite del loro giudizio, che provassero curiosità per suoni diversi, che osservassero i dettagli. Nessuno chiede a nessuno di diventare poliglotta ma solo di abituarsi ai suoni diversi di lingue diverse e a fare affidamento ai sottotitoli, soprattutto se si studia qualsiasi materia teorica legata al cinema o se ne scrive, pubblicamente in modo più o meno professionale. Vorrei non sentire più esaltare o annichilire l'interpretazione di qualcuno senza avere la consapevolezza che nel decidere la bontà o meno di un attore ci è negato un parametro essenziale: il cinema sarà anche fatto di corpi ma questi corpi parlano dal 1927 e troppo spesso lo fanno in una modalità che assomiglia a una seduta spiritica. È ora di essere consapevoli che là dove sentiamo le voci si nasconde un trucco.