la promessaTrame intricatissime e precise al millimetro, soluzioni e svolte nelle indagini a ritmo forsennato, agenti infallibili e umani. La proliferazione di serie televisive poliziesche, spesso e volentieri più declinanti verso il genere thriller vero e proprio, hanno creato una distorsione della percezione dei processi investigativi, siano essi reali o tratti da fiction letterarie. Tutto a discapito del genere stesso, sentito come artificiale e meccanico nel suo sviluppo.

 

Quindi se siete allergici a poliziotti con sorriso stampato e la marca di brillantina giusta sui capelli, o a detective tutti analisi e sentenze da laboratorio, c'è un romanzo che potrebbe catturare la vostra attenzione. Per i più pigri, il suggerimento è facile: è lungo un centinaio di pagine scarse. Per i più esigenti, la faccenda è un altra: si sta parlando di un piccolo gioiello non solo del giallo in generale, ma della narrativa europea della seconda metà del Novecento.

Il titolo è pure accattivante: La promessa (1956).

Il sottotitolo, forse, di più: Un requiem per il romanzo giallo.

Il libro in questione esce dalla penna di Friedrich Dürrenmatt (1921-1990), capolavoro della maturità artistica dello scrittore svizzero. Un giallo dove ci sono tutti gli elementi giusti per un classico del genere: l'investigatore infallibile e tutto d'un pezzo; un cronista pronto a tramandare la vicenda; il commissario burbero ma ammaliato dalle gesta del protagonista; l'omicidio, efferato, di una bambina; il paese sperduto dove si compie il crimine; colleghi pronti a mettere i bastoni tra le ruota all'eroe della vicenda. Tutto preciso, tutto in linea con le attese. Non mancano neppure i luoghi comuni sul paese elvetico, dalla natura incontaminata delle vallate alle citazioni consumistiche – i cartelloni pubblicitari della Lindt su tutti. Invece va tutto terribilmente storto, una concatenazione di contrattempi e incomprensioni che porta dritto ad una morale grottesca e logica, lucida ma decisamente coerente con la realtà di sempre e terrena: la vita è dominata dal caso, niente di più e niente di meno sostiene il pensiero dello scrittore.

Innanzitutto salta la formula canonica, quella introdotta da Arthur Conan Doyle e perfezionata da Raymond Chandler: il primo personaggio a comparire non è il protagonista della vicenda, l'eroe, l'investigatore. E' un “terzo incomodo”, un tramite che riporterà la storia e la trasformerà in un libro. Costui non ha un nome, non lo sapremmo e forse è troppo facile ricondurlo allo stesso scrittore. Questo narratore sconosciuto, finita una conferenza avente per argomento il romanzo giallo, incontra il dottor H., ex comandante della polizia cantonale di Zurigo. Tra i due – complice un viaggio in auto e una sosta a un distributore di benzina – nasce una discussione, il motore che dà il via a uno dei romanzi più sorprendenti e sovversivi dell'ultimo secolo. «La gente spera che almeno la polizia sappia mettere ordine nel mondo, benché io non possa immaginare nessuna speranza più miserabile di questa» sostiene H., che rigetta le trame circolari e logiche dei romanzi giallo dal momento che questi tralasciano l'elemento imprescindibile di ogni vicenda vissuta: ovvero il caso.

La promessa racconta la catarsi da detective indefesso a genio incompreso di Matthäi “Mattatutti”, investigatore infallibile al limite dell'insopportabile. Sebbene sia ormai prossimo alla partenza di una missione diplomatica all'estero, si incarica di risolvere il caso dell'omicidio di una bambina – da subito ricondotto all'opera di un maniaco sessuale. Come spesso accade nel genere, succedono tre processi narrativi concatenati: il protagonista promette ai genitori, distrutti dal dolore, di risolvere il caso; attraverso un blitz viene catturato un uomo, forestiero e con precedenti penali, quindi più che palpabile colpevole; lo stesso protagonista non è convinto della soluzione, apparentemente inattaccabile, e si accolla il proseguimento della ricerca all'assassino.

Da questo tris canonico, la trama accelera in un susseguirsi di svolte e soluzioni estreme. Sembra quasi lampante che l'arresto sia precipitoso, eppure la polizia si accanisce contro il primo indiziato – tanto che questi si suicida in cella. La popolazione, forte di una tradizionale avversità nei confronti delle forme istituzionali poliziesche, non collabora. Tramite una serie di intuizioni, Matthäi si stacca dall'onda generale e prosegue con le indagini in proprio, tra l'ottusità dei suoi colleghi e lo scetticismo di H. che lo abbandona strada facendo. Dall'abbandono del commissariato cambia la luce con la quale viene ritratto il protagonista, che appare sempre più distante e incostante.

Il passo successivo di Matthäi non è tanto più lungo della gamba, salta convenzioni e logiche di ogni tipo. Il piano è il seguente: rilevare una stazione di servizio – quella della sosta al primo capitolo – su una delle arterie principali della Svizzera, creare una parvenza di nucleo familiare e tentare di adescare il maniaco, allevando una clone della bambina assassinata. Riuscirà il piano, in bilico tra l'intuizione geniale e follia egoistica? L'avversione così nasce spontanea da parte del lettore, abituato nel genere poliziesco a tutto ma non a così tanta sfacciataggine. Ma il problema non si pone per Matthäi, deciso a giocarsi tutto, anche la sua lucidità mentale, pur di incastrare l'assassino. Tutto ciò gli varrà un riconoscimento postumo, a vicenda ormai conclusa, per una vittoria di Pirro che sa di mestizia e inutilità – alla pari della frase «Io aspetto, verrà», ripetuta come un mantra dal protagonista. Nella speranza di adempiere ad una promessa, quando la stessa consapevolezza realizza che questa sia quasi impossibile da mantenere.

Da non sottovalutare il poscritto finale, un'utile indicazione per chi è interessato a studiare il fenomeno dei libri convertiti in film (come è successo in questo caso, nel 1957). Basta riportare questo passaggio dello scrittore: «Mi preme qui affermare che il film corrisponde sostanzialmente alle mie intenzioni; se il romanzo ha preso una strada diversa […] è che, finita la sceneggiatura, mi rimisi al lavoro, ripresi la storia, rifacendola da capo e sviluppandola al di là d'ogni intenzione pedagogica». Insomma la pellicola si pone come trascendenza didattica della carta stampata, saziando la fame di finali lieti e appaganti per gli spettatori.

Attraverso un romanzo fulminante nel suo compimento, Dürrenmatt opera lo smantellamento di un genere letterario – inserendo considerazioni di carattere filosofico e critiche incisive alla presunta perfezione della società svizzera. La promessa non salva niente e nessuno, in uno lento stillicidio tra desolazione morale e fastidio. I motivi sono diversi, mai banali: fastidio per una natura a prima vista incontaminata, ed invece resa come pesante, scostante, opprimente dai personaggi; fastidio per la tanta decantata precisione svizzera, tra poliziotti pressapochisti e superficiali, desiderosi – sotto la spinta delle alte sfere – di risolvere un caso a dir poco spinoso; fastidio per affetti, persone, oggetti percepiti come vacui, freddi, inconsistenti; fastidio per un esito tanto inaspettato quanto avvertito come stupido, e al tempo stesso ovvio. Un fastidio però utile, perché lascia spazio alla riflessione, alla discussione (e messa in discussione) di eventi e di un genere, quello poliziesco, spesso troppo incanalato in binari al limite dello stucchevole per la sua prevedibilità. Un fastidio che ci può lasciare in un limbo pessimista, dove l'operato dell'uomo perde ogni connotazione di positivistica individualità per perdersi in incomprensioni, frammenti, dispersioni, casualità. Il caso, appunto, sopra di tutto e sovrano di tutto, a guidare la smarrita umanità contemporanea.