nevem ne potemC'è una scritta sul muro di un sottopassaggio a Nova Gorica che dichiara: nevem ne potem, non lo so e non lo faccio. A parte il suono gradevole della frase, il concetto è particolarmente vero e spesso disatteso: se una cosa non la conosco non posso nemmeno compierla.

Non mi sono mai preoccupata di chiedere chi abbia scritto questa frase sul muro e per quali ragioni – magari sono biechissime e lontane dal mio sentire e dunque non dovrei usarla visto che non ne conosco l'origine. Ma sono un'incoerente e la frase è diventata una sorta di ecolalia mentale da quando ho iniziato a leggere Venuto al mondo di Margaret Mazzantini. Perché ho letto un altro romanzo di una scrittrice che mi dice poco e quel poco che mi dice è, per il mio gusto, detto male? Perché diverse persone della cui intelligenza non dubito mi hanno invitata a farlo, dicendomi che era un romanzo profondo, commovente e brutale, che spiegava con coerenza la guerra dei Balcani e l'assedio di Sarajevo. Già qui dovevo sospettare la sòla, perché probabilmente colui o colei che spiegheranno con coerenza questa e tutte le guerre dei Balcani passate e future sono come il Messia per gli Ebrei: non nasceranno mai. L'assedio di Sarajevo poi è il catalizzatore di un'infinità di brutture, di cerotti artistici per la cattiva coscienza, di taconi spesso peggiori dello sbrego fatti di emotività immediata, immediatamente assimilata e dimenticata. Un brutto film di Angelina Jolie, una brutta canzone degli U2. Un teatro di guerra che diventa un grande palcoscenico e tutti ci sentiamo bene e interiormente ripuliti. Purché se ne parli? No, perché anche il come ha importanza quanto il cosa.
Ma non è della nostra ottusità (spesso autodifensiva) che volevo scrivere. E nemmeno della complessità storica, umana, sociologica e antropologica in cui Mazzatini cala una delle sue protagoniste seriali, bloccate a metà strada tra l'egoismo stronzo e la coscienza sociale. Quello che mi ha davvero irritata è la quantità di temi buttati nel romanzo, la superficialità e il linguaggio spesso banale (“un odore buono”, “l'odore buono”, “il buon odorino”, il bisogno impellente di una puzza e di un vocabolario dei sinonimi!) e inadeguato all'enormità dei fatti narrati, la prevedibilità e la conferma di quello che il lettore già sa o immagina, perché si ripete uguale ovunque ci sia un conflitto, soprattutto un conflitto di matrice ideologica, religiosa o etnica. La guerra è orribile, la guerra nei Balcani lo è stata particolarmente, i caschi blu giravano come inutili osservatori per le vie, i media sfruttavano il dolore, pagavano i cecchini per girare video d'impatto, noi italiani stavamo a pochi chilometri in linea d'aria senza renderci conto di niente (ma non è vero: almeno qui in Friuli Venezia-Giulia ce ne rendevamo conto benissimo), eccetera. C'è un passaggio, da pagina 399 a pagina 400, in cui la protagonista immagina la nascita e l'infanzia di uno dei tanti cecchini che si annidano tra le rovine di Sarjevo, pagine che mi hanno ricordato l'ultima inquadratura di Kapò e le accuse di pornografia che ha attirato su Pontecorvo. Perché sappiamo che siamo tutti figli di mamma, che anche Milošević, Karadžić, e Tuđman sono stati bambini. Il punto è quando hanno smesso di esserlo, il punto è quando hanno cominciato a convincere gli altri a compiere atti inconsulti e atroci. Cosa hanno detto, su cosa hanno fatto leva, a quali riferimenti si sono appellati? Questo può servire al lettore per guardarsi dentro, per riconoscere in sé eventuali semi bacati. Quando Mazzantini accenna al fatto che Karadžić era lo psicologo della Sarajevo calcio e Arkan era il capo degli ultras della Stella Rossa di Belgrado introduce un elemento interessante sulle dinamiche di quello che sta accadendo nella scenografia che ha scelto per il suo romanzo, ma subito lo soffoca in culla, lo abortisce, per proseguire nel solco lirico e sentimentale di Gemma e del suo esasperante bisogno di maternità. O lo trasforma in lunga, compiaciuta cronaca di stupro, prigionia e sevizie. Di nuovo, il carrello in avanti di Kapò, la sua spettacolarizzazione del dolore.
Mi si dirà che la gente è così, che siamo così: irresoluti, incompiuti, magniloquenti, perseguiamo il nostro scopo, culliamo i nostri sentimenti (“un amore cosìììì grande, un amore cosìììì”, come avrebbe tuonato Mario Del Monaco), non evolviamo mai dallo stato di figlio verso quello di genitore. L'orrore ci cava gli occhi ma poi troviamo un modo per rimetterceli a posto, il senso di colpa ci divora e ci rende rancorosi e spietati verso chi ci ama secondo modalità psicologiche da settimanale femminile, non più dialettiche e raffinate di quelle di Karadžić – e senza l'attenuante della rakja. Non sto dicendo che quello che Mazzantini racconta dell'assedio non sia vero: i dettagli più raccapriccianti, le condizioni più umilianti, la morte dominante sono state mostrate, descritte, testimoniate infinite volte. Ma è quello che sta a monte che fa la differenza, che aiuta a capire, che può sostituire la memoria intesa come revanscismo con la memoria intesa come monito. O uno scrittore fa un salto del genere, aiuta il lettore a vedere le cose da un altro punto di vista, gli tira fuori quello che non sapeva di avere nella matassa dei suoi sentimenti e dei suoi interessi oppure ha solo riempito cinquecento-e-passa pagine di parole che si potevano trovare e leggere altrove. Forse la cosa che più mi disturba è che l'assedio di Sarajevo non è altro che un pretesto, attuale, drammatico, ma un pretesto. Ma anche un pretesto potrebbe avere un suo senso se venisse espresso con uno stile accurato e potente e non con una valanga di espressioni fatte, melense, piene di buon senso e di buoni sentimenti tutt'al più corretti da una parolaccia, un gesto brusco, un moto di stizza. Nonostante le intenzioni grandiose il romanzo è un enorme chiacchiera di circostanza, la stessa che tanto infastidisce Gemma al ritorno a Roma dopo il soggiorno a Sarajevo all'inizio dell'assedio. In definitva, Il ponte sulla Drina di Ivo Andrić, evocato senza conseguenze tangibili da Mazzantini, resta più attuale e utile per capire la storia e l'antropologia dei Balcani, sebbene sia stato scritto negli anni quaranta del secolo scorso.
Ecco, finito il romanzo io non so dove stia la differenza tra Mazzantini e Tamaro, tra Mazzantini e EL James. Dove stia la scriminatura tra una scrittrice da sfottere e una da consigliare. Perché è disdicevole leggere Cinquanta sfumature di grigio ma non Venuto al mondo? Perché il primo non affonda le mani nelle disgrazie di una città massacrata e distrutta e il secondo sì? Perché il primo è blanda pornografia e il secondo è virale, sconcia, morbosa, immorale pornografia dei sentimenti?
Nevem ne potem.