a blockbuster nightIl 29 febbraio si sono spente per sempre le luci dei Blockbuster d'Italia e si sono accesi un paio di perplessi lumicini nella mia testa. Tenendo fermo il punto che qualsiasi attività chiusa in questo momento è una disgrazia perché va a ingrossare il numero dei disoccupati, cassaintegrati e precari, quello che mi ha colpita è il rimpianto per il valore simbolico della catena di noleggio e vendita di vhs (all'esordio), dvd, videogiochi e “snack amerikani” da consumare contemporaneamente.

 

Ma andiamo con ordine. La prima volta che ho messo piede in un Blockbuster è stato a Padova nel 1995, mentre preparavo la tesi. Stavo cercando i film di Gilliam precedenti a L'esercito delle dodici scimmie. Siccome per il mio relatore stavo già rotolando senza freno sulla china del mainstream e del commerciale hollywoodiano non mi era sembrato opportuno rivolgermi al Target, istituzione padovana del noleggio collocata fuori dal portone dell'università e opportunamente rifornita dei titoli in programma per gli esami di cinema. Ma con mio enorme stupore e disappunto il ragazzo alla cassa mi informò che non tenevano film d'autore. Potenza del relativismo!

Non che in seguito le opportunità di entrare in un Blockbuster siano state molte di più: rientrata a Pordenone ho preso atto che la mia città natale era refrattaria al contagio, preferendo provvedere ai dvd in altro modo. Lo stesso modo – ovvero gli ampi spazi di Yo-yo Video – che ha continuato a privilegiare fino al nuovo millennio quando, nel breve volgere di un paio d'anni, un Blockbuster ha aperto e chiuso nel centrale-tendente-al-periferico viale Grigoletti. Ho frequentato più spesso la filiale di Rovigo, ma mai abbastanza da maturare un qualsivoglia rapporto affettivo con il negozio, i suoi riti e i suoi abitanti. È che io, generalmente rilassata nei rapporti personali, sono (stata) drammaticamente possessiva verso alcuni oggetti quali libri, supporti musicali (a eccezione dei vinili di cui riconosco il valore acustico ma di cui ho sempre odiato la scarsa praticità: la mia adolescenza è costellata di puntine che graffiavano e saltavano pietosamente) e supporti filmici. Se un libro/film/brano musicale mi procura una reazione duratura e significativa voglio che sia mio, non voglio noleggiarlo.

Poi, nella primavera del 2002 mi sono trasferita definitivamente a Gorizia, dove c'era un Blockbuster – e c'era prima che arrivasse a Pordenone, con buona pace dei goriziani i quali, mi è sempre sfuggito come mai, pensano che la civiltà (o le sue forme più appariscenti e grossolane) da loro/noi arrivi sempre tardi. Così ho fatto la tessera, noleggiato qualcosa (non ricordo nemmeno bene cosa, in genere però si trattava di film che dovevo presentare a lezione o altrove e che non ritenevo opportuno far entrare in casa per una seconda visione, oppure che avevo in casa ma non ritenevo opportuno lasciare in mano a estranei), venduto un paio di usati, acquistato un discreto numero di usati altrui. Ma, in definitiva, Blockbuster non mi è mai piaciuto. E non per il personale che, davvero, ho sempre trovato gentile; e nemmeno per la filosofia di cinema come merce di consumo, perché il cinema è prima di tutto merce e poi, eventualmente, arte. E nemmeno per l'abbinamento di colori: blu e giallo mi piacciono, anche se avrei ritoccato leggermente il pantone di riferimento. Quello che non mi è mai piaciuto è quell'aspetto apparentemente onnicomprensivo che si risolve nel non avere quasi mai quello che cerco. Da questo punto di vista Blockbuster è stato la quintessenza dei miei peggiori e più radicati pregiudizi verso la cultura statunitense: mille tipi di aromatizzazioni diverse per il latte ma mai una dannata bottiglia di latte che sappia di latte!

Dicono le cronache degli addolorati – a volte di cinque, altre di quindici anni più giovani di me – che la nostalgia assale proprio perché lì, in quei luoghi così poco austeri, essi hanno avuto il loro primo incontro con il piacere del cinema. Oggi, dicono gli stessi cronisti, questo piacere è spesso solitario, solipsistico, virtuale e legato al download legale o illegale, o all'acquisto on line del dvd. Dov'è finito il rapporto umano, si chiedono, dove il commesso a cui rivolgersi alla ricerca di un consiglio? Tutti i miei (più o meno) coetanei che scrivono di fenomeni di costume sembrano preda di una precoce malinconia da pensionati e da una compulsione al rapporto umano for the sake of it. Se c'è una cosa che ho amato di Blockbuster era la possibilità di farsi serenamente i fatti propri fino all'atto del pagamento. In genere non chiedo consigli nei negozi, ma informazioni: c'è il tale articolo oppure si può ordinare? Cose così, insomma. Questo non vuol dire che nel corso degli anni non abbia stretto parvenze di amicizia con librai e spacciatori di film, ma quando entro in un negozio non cerco amici, cerco educazione e competenza. Poi, meno persone si frappongono tra me e ciò che desidero acquistare meglio sto. Prima che esistesse anche solo l'idea dell'e-commerce io sapevo già che era ciò di cui avevo bisogno. E prima ancora che nascesse l'idea del download (legale, per carità!) sapevo quello che desideravo con più ardore: che tutti quegli spettatori con cui condividevo la sala sparissero per magia in modo da ottenere una visione in santa pace senza mettere il naso fuori casa. Perrché se devo uscire tanto vale che vada al cinema e sopporti la compagnia altrui. Sì, amo le persone, ma odio la gente.

Per Blockbuster in sé e per quello che ha rappresentato (se lo ha rappresentato) non posso davvero piangere lacrime di carità pelosa. Perchè, come diceva Monicelli, che è morto a un'età considerevole: non mi guardo mai indietro. Soprattutto per quanto riguarda certe malinconie passatiste.