brunella gasperiniBrunella Gasperini era una scrittrice, ma non solo: era una giornalista che anticipava i tempi, era un'attivista, era soprattutto una donna che pretendeva di essere considerata un essere umano prima che un ruolo sociale ed era un’intellettuale di mente fine, spirito sopraffino e intelligenza rara.

Possedeva una carica umana immensa, costruita su principi solidi derivanti da una famiglia brillante. Pur avendo letto una piccola parte di quello che ha scritto quando ormai non c’era più, l’ho sempre considerata un’amica e i suoi libri un rifugio in cui nascondersi di tanto in tanto. Ho letto e riletto Io e loro (cronache di un marito) decine di volte, da quando, adolescente, lo trovai grazie a mia madre in un volume della Selezione del Rider’s Digest. Da allora ho cercato nelle bancarelle, nelle librerie, ovunque potessi imbattermi in quel volume o in altri scritti da lei, finché, pochi anni fa, Baldini e Castoldi ha pensato di ripubblicare gran parte della sua opera. Perché Brunella Gasperini, nonostante il talento e i risultati di scrittora (come lei si definiva) è una scrittrice sconosciuta ai più, ostracizzata dalla critica che mai le perdonò il suo essere scrittrice che raccontava le donne e che scriveva per le donne di allora sulle riviste femminili di allora. Una scrittora relegata nel “genere” della letteratura femminile, sempre che questo aggettivo abbia un qualche senso e ammesso che fosse una colpa scrivere facendo attenzione a un settore del pubblico che allora – un periodo che va dagli anni cinquanta agli settanta – era emarginato in un ruolo sociale che a lei e a molte altre stava giustamente stretto. Brunella Gasperini non era una scrittrice femminile, era semplicemente una donna che scriveva del suo essere donna e che raccontava il suo mondo fatto di lavoro e famiglia e che lo faceva da un punto di vista squisitamente femminile senza mai cadere nel facile sessismo. E si dichiarava non femminista. Era una donna minuta, che le foto d’epoca ci riportano dotata di un’infinità di occhialoni e di capelli vaporosi e voluminosi che incorniciavano un viso piccolo e spigoloso ma sempre sorridente e pieno di comunicativa. Ecco, questa è l’amica che mi sono costruito dalle pagine dei pochi libri che sono riuscito a procurarmi. Un’amica che mi ha raccontato l’Italia di allora, un mondo che a stento s’intravvede in quello che viviamo oggi.
Ultimamente, in questa estate border line, indecisa tra l’essere inverno o altro, ho tirato fuori il volumetto Io e loro e per l’ennesima volta mi sono ritrovato nella Milano della seconda metà dei ’50 e nella San Mamete dello stesso periodo. Di nuovo l’ho ritrovata a fumare, arricciarsi i capelli, gestire figli animali e marito. E mi sono detto: perché non può essere un film? Perché non l’hanno fatto ancora questo film? E mi sono risposto: per fortuna che non l’hanno fatto; te lo immagini il risultato? Oggi, che a disposizione ci sarebbero la Littizetto e De Luigi? Già hanno massacrato un gioiello come E’ nata una stella, figuriamoci se mi toccano la Brunella!
Però io, il film da Io e loro lo avrei voluto vedere e ogni volta me lo sono fatto e proiettato nella mia mente. E voglio iniziare un nuovo percorso: immaginare e progettare film tratti da libri che amo e che probabilmente mai vedrò realizzati - e per fortuna, mi vien da aggiungere. Anche s ein fondo ci spero di ispirare positivamente qualcuno, con queste fantasticherie.
Dunque: Io e loro (cronache di un marito). Perché la Brunella racconta qui sé stessa e il suo mondo facendo parlare suo marito, o meglio “il compagno della sua vita” come diceva lei, perché non si possiedono le persone e avendolo sposato non ne era venuta in possesso ma aveva scelto di averlo come compagno. È un romanzo relativamente breve strutturato secondo episodi che si svolgono nell’arco di un anno circa. In questo periodo è descritta la vita di questo eterogeneo nucleo familiare composto di un marito, una moglie scrittora, tre figli (un maschio e due femmine), una domestica analfabeta, una macchina scassata (la Vecchia) e svariati animali. All’interno di ogni episodio vi sono, poi, numerose digressioni e flashback che proiettano il lettore in un recente (allora) passato. Attorno ai personaggi principali, poi, ruotano diversi satelliti in parte saltuari: due famiglie di amici (i Polpettoni e gli Armen); una zia zitella acida e in fondo fragile; tizi e tizietti vari; finanzieri del valico Italia Svizzera; un capo ufficio; due rivenditori di motoscafi; nonni e famigliari vari che appaiono brevemente nei ricordi.
Non un numeroso cast, dunque, ma con uno spettro di età piuttosto ampio: da una figlia piccola all’asilo ai nonni e bisnonni ormai defunti.
Punto primo: come riportare questa serie episodica di fatti concatenati, sullo schermo? Bisogno tenere presente che la forza del romanzo sta proprio nella scrittura divertita e divertente che con pennellate brevi ed efficaci riesce a tratteggiare personaggi e situazioni. Non sono solo i fatti raccontati a essere coinvolgenti ma lo stile asciutto e veloce della Gasperini.
Se non si vuole, però, realizzare una serie, è necessario fare delle scelte e preferire: un racconto discontinuo con una voce off che collega gli eventi (quello che fu fatto per i vari Don Camillo da Guareschi), oppure una struttura a ellissi senza soluzione di continuità. Personalmente preferirei la prima soluzione e poiché questo è il film che vorrei io, questa è l’opzione adottata.
Scelta delle “locations”: direi semplice perché Milano è Milano (difficile sarà riportarla agli anni cinquanta ma il cinema è prima di tutto magia) e il lago di Lugano è quello che era anche cinquant'anni fa (oltretutto dalle foto reperite, la casa al lago, la Darsena, è rimasta sostanzialmente quella). Nessun problema, ovviamente, a ridecorare tutto secondo il gusto di allora, né tanto meno trovare un’auto corrispondente.
E ora, la parte difficile: cast artistico e cast tecnico. Un film che racconta l’Italia dovrebbe essere diretto da un regista che la nazione la conosce e che, bene o male, ne conosce la storia sociale se non politica. Sono pochi i registi in grado di raccontare nazioni diverse da quelle di origine, due tra loro: James Ivory e Ferzan Ozpetek. Oltre a questo è necessario e indispensabile che chi dirige abbia una particolare sensibilità rispetto alla parola scritta e amore per i libri tradotti in immagini. Questo per dire che, in questo caso, troverei intollerabile che il film non riproponga le atmosfere del romanzo, pur se ritengo necessario tradirlo per confermarne la sostanza. Non quindi una pedissequa trasposizione ma una fedele adesione allo spirito. Chi, quindi, a dirigerlo? Ad averlo ancora, direi subito Mario Monicelli ma purtroppo è troppo tardi, per cui devo rivolgere l’attenzione su quei pochi registi capaci di mostrare la piccola borghesia italiana senza indulgere nel macchiettismo, preferendo uno sguardo tenero e complice con i propri personaggi. Dei pochi, i più adatti paiono Silvio Soldini e Paolo Virzì. In particolare il primo ha la rara capacità di riuscire a immettere un aspetto poetico e fuori dal tempo alle situazioni raccontate, ma se Pane e Tulipani depone a suo completo favore, La prima cosa bella di Virzì testimonia il suo talento nel raccontare in tono leggero le vite reali delle persone. Brunella Gasperini aveva entrambe le qualità: poesia soprattutto nell’andare indietro con i ricordi e leggerezza in quelle parti che altrimenti sarebbero risultate semplicemente drammatiche. La scrittora non è mai semplicemente divertente ma è soprattutto vera anche se il suo sguardo e sempre ironico e autoironico (in questo senso una vera lezione per tutti quelli che oggi si prendono troppo sul serio nella letteratura, nel cinema e nella musica). La Gasperini, inoltre, era milanese e tra i due registi solo Soldini può vantare tale caratteristica, per cui a lui assegniamo il compito della regia e anche quello della sceneggiatura.
Il cast: se il regista non è stato semplice da scegliere, il cast lo è ancor meno. Vediamo i personaggi:
1) il marito e narratore: persona dichiaratamente vecchia (nel 1957, avere 38 anni significava essere vecchi, oggi si è appena post adolescenti), impiegato di banca, ex militare nella seconda guerra mondiale. Politicamente di sinistra e libertario. Carattere forte ma non dedito al machismo. Condivide con la moglie aspirazioni e ideali e ne costituisce il perfetto complemento. E’ dotato di spirito e ironia (come potrebbe essere altrimenti?), oltre a senso pratico che non va mai in conflitto reale con quello della moglie che è il lato artistico e intellettuale della famiglia. Brontolone e critico circa le inclinazioni animaliste e educative della moglie, in realtà le condivide idealmente e le appoggia nei fatti. Un bell’uomo, alto non magro ma neppure flaccido. Sportivo e sognatore senza essere avventato. Necessariamente chi lo interpreta deve avere queste caratteristiche, mai incline a gigioneggiare e nemmeno alla prestazione da actor’s studio. A poter scegliere tra quelli del passato, il primo della lista potrebbe essere stato un giovane Nino Manfredi oppure un misurato Renato Salvadori. Oggi la scelta si fa forse più complessa ma certamente proporrei (indipendentemente dall’età che, in questo caso, è un po’ oltre a quella del romanzo) Ennio Fantastichini, per l’indole, l’aspetto e la carica ironica che riescono comunque a trasparire in ogni personaggio. Più probabile (per l’età) Elio Germano, capace di trasformismi camaleontici.
2) la moglie: l’intellettuale, la casinista, l’animalista, la mamma, la moglie, la scrittrice, l’amica. Un carattere complesso dove ogni sfaccettatura è unita alle altre da una generale gentilezza di cuore. Esile nella figura ma al contrario immensa nella carica umana che si esprime in ogni cosa che fa e che dice. Dotata di grande spiritualità pur essendo e dichiarandosi laica (nei fatti, non soggetta a quel laicismo moderno fatto di parole e slogan più che di stile di vita). Lei è il risultato di una famiglia di origine molto particolare, con antenati idealisti e retti, anarcoidi e assolutamente fedeli a un’idea di libertà e rispetto degli altri che si ritrova in pieno in questa madre di famiglia magra sotto a un arruffato cesto di capelli ricci. La caratteristica fisica non è seconda alla tipologia del carattere e del modo di fare. Chi la interpreta deve per forza essere magra, con faccino sottile e due occhi enormi sorridenti. Non potrebbe essere altrimenti. La prima immagine che mi viene in mete è di Audrey Hepburn sotto la pioggia alla fine di Colazione da Tiffany mentre cerca “gatto”. Ma Audrey non c’è più, oltre ad essere olandese naturalizzata statunitense. Oggi come oggi di attrici così non ce ne sono molte. Claudia Cardinale è troppo in là e troppo diva per calzare il personaggio. Il volto e il corpo che più potrebbero calzare sono quelli di Ambra Angiolini che ha già fornito prova di poter dar vita a personaggi ispirati e indovinati, ove sia diretta con capacità e misura.
3) i figli: sono tre di diverse età e per loro sarebbe necessaria una ricerca di casting.
4) il capo ufficio: per lui vedrei bene Luca Zingaretti. Un cameo, una comparsata di quelle definite: “con l’amichevole partecipazione di….” (neanche venissero a recitare gratis).
5) la domestica: analfabeta, un po’ torda (dove le pare). In carne ma non grassa. Micaela Ramazzotti potrebbe essere ideale.
6) parenti e antenati vari: tra essi vorrei vedere Roberto Herlizka e Piera degli Esposti, così per il gusto di vederli recitare.

Per il resto del cast si può lasciar fare a chi la ricerca la fa di mestiere.

A questo punto non resta che pianificare il progetto, effettuare le riprese, fare la post produzione e vedersi il film comodamente seduti in poltrona. Un film che vorrei, che probabilmente non vedrò mai, da un’autrice che per troppo tempo è stata trascurata e che invece merita di essere recuperata e fatta leggere a tutti.