abbagli1C'era una volta in Jugoslavia

 

Da qualche tempo seguo dei blog croati e serbi e un paio di mesi fa ho trovato un bell'articolo a firma di Nenad Polimac, apparso l'11 maggio 2010 sul settimanale Globus si intitola Bilo jednom u Jugoslaviji... 7 zabluda filmskih jugonostalgičara. Ho dunque deciso di tradurlo perché si confronta con il mito della cinematografia jugoslava e perché getta, pur con una certa verve polemica, uno sguardo sui film di una vasta area geografica.

 

Inizialmente la traduzione si era riempita di note a piè di pagina nel tentativo di rendere facilmente leggibile e chiaro quello che ogni volta avrebbe bisogno di un saggio a parte per essere spiegato. Ma ho realizzato che tradurre può essere come tornare in soffitta a riprendersi qualcosa che, gettato tra un paio di scarpe e un giradischi, potrebbe aver perso completamente valore. Quando esci di lì, hai in mano un oggetto cui tieni e molta polvere addosso. Ecco, quella polvere, quel tempo accumulato sugli oggetti, erano un po' le mie 30 (sì, trenta!) note a piè di pagina. Ho ripiegato così su qualche espediente: tra parentesi quadre ho messo le traduzioni dei titoli e alcune brevi spiegazioni. Se di un film c'era già un titolo tradotto, ho preferito attenermi a questo. Mi sono preso la libertà di tradurre regìon, che se non sbaglio in croato dovrebbe essere un neologismo, con area. La parola sta a indicare da quindici anni in qua l'area geopolitica ed economica dell'ex Jugoslavia. E ho reso domaći con nazionale, ben sapendo che si tratta di una forzatura. Domaći è un aggettivo (ha radici nell'indoeuropeo domhos, latino domus e antico slavo ecclesiastico domъ) e alla lettera sta per casa, domestico. Lo si usa per intendere qualcosa di non estraneo, nostrano.

Certo, so che ci sono ancora parecchie cose da dire, temi da affrontare, cose da prendere in soffitta, ma il pezzo di Polimac ha il merito di fornire un panorama aggiornato del cinema d'oltrefrontiera.

 

I sette abbagli del cinefilo jugo-nostalgico

 

abbagli2Non si è mai vista una tale ondata di Jugo-nostalgia filmica. Quasi un decennio fa sarebbe stata impensabile. Per il Subversive Film Festival di quest'anno nei cinema zagabresi verranno proiettati addirittura 73 film jugoslavi apparsi tra il 1955 e il 1990 e selezionati dal critico italiano Sergio Grmek Germani, buon conoscitore non solo della realizzazione ma anche dei contesti che hanno dominato questa cinematografia.

Durante gli anni '90 il film jugoslavo era un tema del tutto tabù. Ma quando, verso la fine del decennio, quella che una volta era la zagabrese Kinoteka u Kordunskoj ulici [Cineteca in via Kordun] annunciò con prudenza una rassegna di film di guerra – vale a dire sui partigiani –, si creò un tale chiasso per ottenere i biglietti che si è dovuto ripetere una seconda volta la proiezione di Bitka na Neretvi [La Battaglia della Neretva] di Veljko Bulajić.

A metà di questo millennio la HRT[emittente di stato croata] ha iniziato a rompere il ghiaccio inserendo nel palinsesto gli evergreen della yu-cinematografia, come le prime opere di Emir Kusturica e quelle di Slobodan Šijan. Ha seguito l'esempio la RTL [televisione croata privata], cronicamente carente di programmazione nostrana, mentre le manifestazioni culturali da Zagabria a Spalato a Fiume avrebbero approfittato di qualsiasi occasione per riportare alla memoria qualche autore o film dimenticato dalla cinematografia del vecchio paese.

Nonostante questi sforzi unitari, è un dato di fatto che gli uni, le generazioni più giovani, non conoscono affatto la cinematografia dell'ex Jugoslavia, gli altri se ne ricordano poco. Il periodo degli anni '90, quando questi film erano tacitamente vietati, è “colpevole” di molte mistificazioni: il film jugoslavo ha assunto dimensioni mitologiche rispetto agli attuali prodotti filmici croati. È l'epoca in cui si aspettava in lunghe file il biglietto per un film nazionale e sembra un'età magica in confronto a come andò dopo; mentre il Festival di Pola, alle cui proiezioni talvolta facevano visita il maresciallo Tito e la moglie Jovanka, veniva chiamato la Cannes balcanica. Ma poi fu davvero così? La maggioranza di questi giudizi nostalgici non ha alcun appiglio nella realtà.

 

1. La cinematografia jugoslava è superiore a quelle sorte nella regione negli ultimi due decenni

 

abbagli3Ma anche no. È disonesto mettere a confronto qualcosa che durò quattro decenni e mezzo con qualcosa che dura da pochi anni. Inoltre negli anni '90 le sole Serbia e Slovenia avevano una produzione filmica consistente. Le nuove cinematografie seguirono un modello statale già impostato nell'ex Jugoslavia e certe coincidenze sono alle volte davvero interessanti: per fare un esempio, cos'altro è il RSIZ [Comunità della Repubblica per gli interessi dell'autogestione] del cinema, che negli anni '80 gestiva l'attività cinematografica in Croazia, se non l'attuale HAVC [Centro Croato Audiovisivi]? Quanto ai riconoscimenti internazionali, le nuove cinematografie hanno avuto anche migliori esiti della precedente, perché hanno raccolti tali riconoscimenti in metà del tempo. Nessun lungometraggio jugoslavo ha mai ricevuto un Oscar, che invece riuscì a Ničija zemlja [No Man's Land]di Danis Tanović. Rani radovi [Opere Giovanili] di Želimir Žilnik vinse a Berlino, ma anche Grbavica [Il segreto di Esma] di Jasmila Žbanić. Emir Kusturica conquistò Cannes nel 1985 con Otac na službenom putu [Papà è in viaggio d'affari] e di nuovo con Underground dieci anni dopo. Kusturica ha ricevuto anche il Leone d'oro a Venezia per l'opera prima (Sjećaš li se Dolly Bell, Ti ricordi di Dolly Bell)ma l'impresa riuscì più tardi anche al macedone Milčo Mančevski (mk. Pred doždot, Prima della pioggia) e lo sloveno Jan Cvitkovič (si. Kruh in mleko, Pane e Latte). La maggior parte degli autori della regione nuota con abilità in acque internazionali alla ricerca di coproduttori, mentre i loro predecessori spesso non uscivano neanche dal proprio giardino domestico. Anche il cinema croato ha avuto grandi registi come Branko Bauer, Krešo Golik, Ante Babaja e Zvonimir Berković, ma esso non ebbe mai una tale costante di qualità uniforme come accade oggi nel “nuovo film croato”.

 

2. La cinematografia jugoslava fu più irriverente di quelle che seguirono.

 

abbagli4Sì, W.R.: misterije orga(ni)zma [W. R.: I misteri dell'orga(ni)smo], Buđenje pacova[Il risveglio dei ratti] e chissà cos'altro. È facile però provocare in un sistema monopartitico, dove ogni azione è scrutata con attenzione, quando sai chi puoi provocare. Secondo, è una situazione attenuante quando crei in un'epoca che è di per sé “rivoluzionaria”, come fu il passaggio dagli anni '60 agli anni '70 del secolo scorso. Che cosa può scandalizzare oggi? Metastaze, ad esempio, è un'opera più provocatoria di qualsiasi film croato nel periodo della Primavera croata – quando già molte barriere vennero abbattute – ma oggi sono in pochi a curarsi di questo: la figura del neofascista interpretato da Rene Bitorajac a molti sta addirittura simpatica. Život i smrt porno bande [Vita e morte di una porno-banda] di Mladen Đorđević è più radicale di gran parte delle opere del Crni talas (Lett. Onda nera, sta a indicare un insieme di film degli anni '60 dai toni cupi, pessimistici, opposti in qualche modo all'ottimismo nel progresso socialista. Registi che aderirono al movimento: Dušan Makavejev, Aleksandar Petrović, Živojin Pavlović.) serbo, ma è sufficiente trasmetterlo a tarda sera per non scandalizzare troppo nessuno. Una volta i film provocatori venivano cautamente emarginati, il che oggi non è necessario. I classici sovversivi del Crni talas furono generati dallo stesso socialismo, o meglio, dalla sua incapacità di tenere sotto controllo tutto, ma proprio tutto. Oggi che non c'è più, essere sovversivi non è più così attraente.

 

3. Col crollo della Jugoslavia la cinematografia croata ha perso un importante mercato filmico.

 

fuggitiva eastern1Indubbiamente vero, ma solo in certa misura. Verso la fine degli anni '60 c'era la coscienza di un prodotto culturale unitario jugoslavo, tanto che Imam dvije mame i dva tate [Ho due mamme e due papà] di Krešo Golik del 1968 fu visto in Serbia da circa cinquantamila spettatori e poco più tardi Živjeti od ljubavi[Vivere d'amore] da tre volte tanti, trattandosi di un melodramma di facile ricezione. Poco importava se U gori raste zelen bor [Sul monte cresce un pino verde] di Antun Vrdoljak si occupava dei partigiani della Banija, nei cinema serbi raccolse circa 300mila spettatori. Allora aveva un senso fare una coproduzione serbo-croata con squadre di attori miste, quale fu Rad na određeno vrijeme [Lavoro a tempo determinato] e la sua continuazione Moj tata na određeno vrijeme [Mio papà a tempo determinato], perché a Belgrado e a Zagabria ebbe un grande successo di pubblico. La fama del regista contava molto, quanto le trovate sullo sfruttamento (il sesso, la violenza e simili). Non fu per niente casuale un tale successo in Serbia di Okupacija u 26 slika[L'occupazione in 26 immagini] e di Samo jednom se ljubi [Una volta sola si ama]. Comunque sia, difficile che qualcuno in tutto questo si fosse arricchito. I prezzi dei biglietti d'entrata erano troppo bassi perché i film realizzassero un profitto significativo. Furono alzati – letteralmente, dall'oggi al domani – solo verso la fine degli anni '80, quando i distributori jugoslavi cominciarono a lavorare a percentuali con le grandi compagnie hollywoodiane. Ma non c'erano già più i successi nazionali.

Più gli anni '80 si allontanavano e più la jugoslavità perdeva di valore. La disgregazione avvenne molto prima di quanto si volesse riconoscerlo. La cinematografia serba si indirizzò verso le commedie locali, finanziate dagli stessi esercenti, come la serie Tesna koža[La pelle stretta], Žikina dinastija[La dinastia di Žika] oppure Hajde da se volimo[Amiamoci!], mentre il film croato doveva avere qualcosa di straordinario per essere accettato in Serbia, come accadde con il soft-porn di Nikola Babić Medeni mjesec [La luna di miele] o il primo lungometraggio animato Čudesna šuma[Il bosco favoloso] di Milan Blažeković.

Nonostante la costante collaborazione tra le cinematografie della regione, un mercato comune non fu più istituito. L'unico film che andò bene in tutti i paesi dell'ex Jugoslavia fu Karauladi Rajko Grlić, che aveva un tema riconoscibile a tutti: il servizio nell'esercito jugoslavo.

 

4. Il film serbo è migliore di quello croato.

 

fuggitiva eastern2Invece che “migliore” è più corretto dire “diverso”. I film croati sono spesso intimistici, quelli serbi più estroversi, e di conseguenza, anche più comunicativi. Dušan Makavejev meritoriamente gode di fama mondiale, in parte perché fu un ottimo promotore di se stesso e conosceva pure la vecchia regola che il migliore modo per vendere un contenuto radicale è una forma radicale. I grandi cineasti croati non hanno avuto nel mondo degli intercessori sufficientemente suadenti, anche se gli occasionali avventori rimasero affascinati dalle creazioni di Babaja e Golik. Purtroppo non trasmisero ad altri il loro coinvolgimento. Molti guarderanno più volentieri le commedie di Šijan Ko to tamo peva [Chi canta laggiù] e Maratonci trče počasni krug [I maratoneti corrono il giro d'onore] o qualsiasi altra cosa sceneggiata da Dušan Kovačević, a fronte di alcune perle del film croato che non andrebbero sottostimate. Nessun film andò così bene nell'area zagrebese quanto Tko pjeva, zlo ne misli [Chi canta, il male non pensa], già a Spalato non l'hanno capito così bene, per non parlare poi in Serbia. E così la commedia di Brešan Kako je počeo rat na mom otoku[Come iniziò la guerra sulla mia isola] fu vista da noi più di qualsiasi film serbo dello stesso genere, mentre Što je muškarac bez brkova [Ma che cos'è un uomo senza baffi] di Hribar meriterebbe il paragone con qualche buon film francese più che con le opere dei nostri vicini.

 

5. Il Festival di Pola di una volta era molto più attraente di quello odierno.

 

Vero solo in parte. L'attuale Festival di Pola è riuscito a riportare il pubblico nell'Arena tutte le volte che erano in programma i film croati, il che è già una gran cosa. Il resto del festival è mera finzione: vada come vada, tanto viene alimentato dalle casse del comune e da quelle statali. Si badi, neanche il Festival di Pola di una volta fu questa kermesse magnifica, per quanto agli spettatori più vecchi si accendano gli occhi al nominarlo. Non c'era un programma di eventi di accompagnamento al festival e il tempo lo si accorciava con pasti che duravano anche qualche ora. Bisogna riconoscere che c'era però molto più glamour. Ljubiša Samardžić o Bata Živojinović non avevano niente in contrario a passeggiare per Pola o a farsi un bagno sulle Zlatne stijene, quando gli attori croati di oggi non vedono l'ora di saltare dentro alla macchina che li aspetta davanti al centro del festival. Nonostante ciò, negli anni '80, l'Arena perdeva gradualmente pubblico, cosicché, in proporzione, questo grande spazio oggi è riempito più che due decenni fa. Certo, solo le volte che sono in programma dei film croati o dei successi hollywoodiani.

Oggi Pola è più una rassegna del film croato e l'unico vero festival della produzione regionale è il Sarajevo Film Festival, che ha prontamente accolto quello che la politica culturale croata ha rigettato e l'ha rivitalizzato secondo standard mondiali.

 

6. Il film partigiano è l'acme del film populista nella cinematografia jugoslava: le odierne cinematografie nell'area non hanno niente di analogo.

 

Per prima cosa, la cinematografia jugoslava aveva centinaia di sale nelle quali i film partigiani potevano conseguire dei risultati di presenze record. Le migliori reti cinematografiche in regione oggi sono quelle della Slovenia e della Croazia, che non sostengono affatto il film populista nazionale, ma prosperano esclusivamente sui prodotti hollywoodiani. Secondo, neanche a Hollywood oggi si fanno più i western. Il film partigiano poteva fiorire solo nel vecchio regime e la sua metamorfosi – il nuovo film di guerra – ha avuto un breve fiammata solo in Serbia [Lepa sela lepo gore -I bei villaggi bruciano bene, Nož -Il coltello, Spasitelj -Il salvatore] e fino a un certo punto in Croazia (Kako je počeo rat na mom otoku). Terzo, non tutti i film partigiani sono così interessanti. Provate a guardare di nuovo Otpisani [I cancellati] o Povratak otpisanih[Il ritorno dei cancellati]! Il fascino della commedia sembra più longevo rispetto a quello del film partigiano.

 

7. Josip Broz Tito fu l'unico statista in queste terre a cui davvero interessavano i film.

 

È probabile, ma era attratto più dal glamour intorno al cinema, mentre il suo gusto scadeva nell'idolatria dei film di genere hollywoodiani. Se volgeva lo sguardo al terreno nazionale era soprattutto per le stravaganze, cosicché alcune opere – a quanto si dice Ciguli Miguli, in una certa misura anche Rani radovi – incontrarono parecchie difficoltà perché non gli piacquero. Ma in fondo quale statista in vista avrebbe voluto essere interpretato da Richard Burton e per di più nel periodo in cui lo chiamavano il posatore? Per la cinematografia in sé Tito non fece niente di sostanziale, piuttosto qualcosa di accessorio: la Jadran Film prosperò negli anni '80 grazie al fatto che la Jugoslavia era l'unico paese dietro la cortina di ferro nel quale gli stranieri avevano ingresso indisturbato. Slobodan Milošević giudicò con astuzia che il film non andava censurato laddove una particella di libertà poteva creare ad alcuni l'illusione della piena libertà, ma il meccanismo dell'oppressione verso la cinematografia fu di gran lunga più perfido rispetto a quello dell'epoca titina. Franjo Tuđman ebbe un rapporto disastroso con il film, il che si è riflesso sulla cinematografia del suo tempo. Neppure il suo successore Stipe Mesićnon fece alcunché per riallacciare delle coproduzioni, di cui frattanto approfittò la Repubblica Ceca, la Slovacchia, l'Ungheria, la Romania, la Bulgaria. Vedremo se in questo senso Ivo Josipović intraprenderà qualcosa.