Man of the Year1Le notti in cui sono di turno, ci sono dei momenti in cui non c'è niente da fare. Allora mi aggiorno coi tempi, usando quello che c'è, il giornale di moda più attendibile del momento, il Corriere della Sera.

E guarda caso, tra giovani bellissime e anziani ricchissimi, un volto che ricorre è quello di Beppe Grillo a fauci spalancate che pare il cratere dell'Etna visto da Google Earth. Stando al labiale dice: «UAAAAAAAAARGH!» Su youtube scoprirò il giorno dopo che Grillo stava ponendo nuovamente due domande antichissime: cosa vuole veramente la gente? Come si ottiene oggi il consenso politico? Se il tema vi interessa e se anche avete visto Citizen Kane o La cosa di Nanni Moretti, c'è un film che potrebbe sorprendervi, Man of the Year. Non un film indipendente né di denuncia, ma un prodotto holliwoodiano distribuito dalla Universal, in Italia dalla Medusa Film, datato 2006 e proprio per questo ancora più sorprendente. Nel 2006 Facebook non spopolava ancora tra le manguste, i nomi di Barack Obama e Jorge Mario Bergoglio erano poco noti da queste parti.

La storia è più o meno questa: negli Stati Uniti si è prossimi alle elezioni della presidenza federale, i due partiti egemoni (da almeno cinquant'anni) venderanno l'anima al diavolo. Il loro candidato ideale dovrà ispirare una fiducia paternalista e parlare con sussiego di cose che pochi davvero capiscono. La svendita all'ingrosso della sua anima avrà per acquirente ideale le lobbies finanziarie ed economiche. La scelta è, come da tradizione, tra un repubblicano e un democratico, tertium non datur. Tom Dobbs conduce uno spettacolo satirico molto seguito negli Stati Uniti, non diverso da Crozza nel paese delle meraviglie o dai pezzi di Luciana Littizzetto, Paolo Rossi, Corrado Guzzanti. La gente, dice il suo manager Jack Menken, lo segue perché vuole informarsi, per le notizie. E per una volta succede l'imprevedibile, perché una sera, durante lo spettacolo, dal pubblico una donna alza la mano:

«Salve. Io sono molto delusa del sistema politico e provano la stessa delusione anche i miei amici. Si candidi lei alla presidenza.»

A Dobbs giunge un milione di e-mail che lo incoraggiano a candidarsi, sicché lui si decide a fare il salto nel vuoto. Le sue proposte sono un superamento della vecchia contrapposizione tra democratici e repubblicani, lo snellimento della burocrazia, una politica più orientata all'ecologia, meno corruzione, meno clientelismo. Dobbs investe US$ 0,00 nella propria campagna elettorale. «I politici» dice «sono come i pannolini... li devi cambiare spesso e per lo stesso motivo». E non c'è che dire, Dobbs ha una marcia in più, i suoi avversari annaspano, biascicano discorsi rimasticati sul sostegno alle famiglie e sulla sicurezza. L'elemento chiave della vicenda è l'introduzione, approvata dal Congresso degli Stati Uniti, di una tecnologia informatica nell'acquisizione e nel conteggio dei voti. Invece di raccogliere le schede elettorali e conteggiarle a mano, il voto avviene per mezzo di macchinari che paiono le biglietterie automatiche in stazione, risparmiando così risorse pubbliche con un risultato più veloce e più preciso. La gestione del sistema viene affidata alla Delacroy, azienda con la sede nella Silicon Valley e che conquista velocemente delle posizioni sul mercato azionario. Dapprima andrà tutto liscio, poi la vicenda prenderà una brutta piega.

C'è in questo film un inganno di prospettive, ottenuto con un gioco che fa perno sulla cornice narrativa. Vale la pena di qualche considerazione. Il racconto inizia come un'intervista a Jack Menken (Christopher Walken) e la sua (convenzionale) voce fuori campo dà il tempo all'intero film, come se l'intervista a qualcuno che ha conosciuto le cose da dentro fosse intervallata da flash back e dal montaggio di immagini d'archivio. Niente di nuovo, si dirà, ne abbiamo già visti di racconti che incorporano la prospettiva documentaristica. Tuttavia la cosa si fa interessante per un motivo: benché il centro magnetico sia Dobbs (Robin Williams), pochi sono i momenti in cui l'inquadratura è l'immobile spazio entro cui egli si muove. Ti chiedi se a raffigurarlo sia un documentarista esterno o la memoria di Menken o gli occhi della folla sotto il palcoscenico. Quando Dobbs conduce il suo show o quando sale sul palco per un comizio, lo sguardo che ce lo ritrae è frammentato, inquieto, scivola via di inquadratura in inquadratura quasi che a guardarlo fosse Menken mentre lo racconta. Nei momenti più ferventi però il montaggio imprime un'accelerazione, le singole inquadrature durano meno, si fanno numerose, le battute di Dobbs sembrano uscire da un ritratto cubista. No, questo non può essere Menken. Qui sembra piuttosto che l'immagine si componga con i molteplici sguardi dalla platea. Lo showman in azione altro non è che una creatura ottenuta con la somma di tutti gli sguardi degli spettatori. Quello che si percepisce allora è un contrasto tra la dimensione quotidiana (comica) e la dimensione scenica (politica) dello stesso personaggio. Il primo è il Robin Williams che abbiamo conosciuto in altri film (L'attimo fuggente; Mrs. Doubtfire; One Hour Photo), l'icona di una bizzarra bontà e genuinità, il Tom Dobbs privato; il secondo invece è l'eclissi del primo, l'uomo che occupa tutto il palcoscenico, la forza centripeta dello spettacolo, la maschera della commedia che non appartiene più all'attore, ma alla massa magmatica che brulica fuori dall'inquadratura.

 

(Poscritto:) Quando l'uomo dell'anno è un comico

Sulla riva sinistra del Tevere un messaggio rimbalza sui muri degli edifici: «Attenzione, a tutte le unità: un comico con la plebe al seguito è entrata a palazzo! Rimettere subito la faccia austera!» Possibile, ti chiedi, che ai comici sia interdetto di oltrepassare il sacro limes? Oppure stiamo vivendo un carnevale del quale, a forza di sghignazzare, si è sfibrato il filo che separa l'agire responsabile dall'ironia, medicamento dello spirito.

Dicono che le pagliacciate si facessero anche quando i politici avevano facce serie, in proposito i libri satirici e i film allusivi si sprecano. Nel 1980 il gruppo folk-rock jugoslavo Rani mraz canta il brano Odlazi cirkus, malinconica elegia sul carattere di farsa, di grottesca mascherata che talvolta la vita e la politica possono assumere: «Se ne va il circo dalla nostra piccola città, per la larga contrada che dà sul ponte. Se ne va il circo e io mi chiedo adesso: chi ospitava e chi era ospitato?» Pubblicamente Josip Broz stimò zero il rock'n'roll, in quanto pattume occidentale che avrebbe corrotto i costumi della gioventù socialista. Aveva però anche lui il suo lato rock: mentre nelle stazioni di campagna le scolaresche attendevano il passaggio del treno presidenziale, scandendo inni al semidio che generò l'Uomo Nuovo, lui, nel suo vagone, dava fondo a bottiglie di pregiato whiskey (Johnnie Walker, solo bottiglie di Black Label) accompagnato da grossi habaneros, per poi trotterellare per i corridoi vantandosi di reggersi in piedi ed essere ancora sobrio. Eh eh eh, che mattacchione il compagno Broz!

Poi vennero i giocherelloni. Per provocazione, il comico satirico Pat Paulsen si candidò più volte (1968, 1972, 1980, 1988, 1992, 1996) alle presidenziali statunitensi, la stessa cosa fece semi-seriamente il comico Stephen Colbert nel 2008; nel 1987 Ilona Staller conquistò alle elezioni politiche nazionali 20.000 voti, sicché la notizia suscitò della crassa ilarità sotto gli ombrelloni di mezza Europa intorno allo stato di salute della democrazia italiana; in Giappone nel 1995 Yokoyama Nokku diventa governatore della prefettura di Osaka. Saké per l'imperatore che vuole dimenticare al più presto! Nel 2005 il centravanti George Weah perde – e solo al ballottaggio – le elezioni presidenziali in Liberia; pochi anni dopo, un politico abbastanza famoso, il proprietario della squadra di Weah, raccontò dietro al tavolo di una bettola internazionale la fiaba di Iulio, Romolo e Remolo (poi quella del numero uno, quella sui desaparecidos, poi quella dell'orchidea, fece le corna in una foto tra marmocchi e giocò a nascondino in una delle piazze più belle che ci siano... ). Dopo il terremoto che nel 2010 ha sconquassato l'isola di Haiti, la popolazione votò in massa per un campione della musica locale, Michel Martelly; nel 2010 il comico Jón Gnarr diventa sindato di Reykjavík; nel 2012 alle elezioni presidenziali in Senegal si candidano in quattordici, più altri tre che si ritirano o vengono esclusi, uno dei quali è un noto musicista, Youssou N'Dour. Vince le elezioni Abdoulaye Wade (Parti Démocratique Sénégalais), il quale designa Youssou N'Dour come ministro della cultura e del turismo. Alle primarie del 1980 i repubblicani americani possono scegliere tra uno bravo, rispettabile, Bush senior, e uno simpatico che hanno visto trottare per le praterie nel film Cattle Queen of Montana. Indovinate chi vinse. Peraltro Reagan (59% dei voti) diceva nel secolo scorso quello che Grillo diceva qualche giorno fa in italiano: In this present crisis, government is not the solution to our problems; government is the problem. Sotto gli ombrelloni di mezza Europa si tornò a ridere nel 2003 quando i californiani eleggono a governatore un cyborg.

Dove voglio andare a parare? No, non è il caso di candidare Spongebob alla BCE, né di erigere furbescamente una stele all'Uomo Qualunque. Piuttosto Man of the Year usa l'immagine carnevalesca del mondo al contrario, quello in cui a guidare il regno è un comico, per una riflessione sul fatto che talvolta prima delle informazioni vere e utili per giudicare, da diversi anni conta l'aura di autorevolezza e l'abilità con cui l'oratore va in scena e con cui si muove nella propria, personalissima, rappresentazione. Il tradimento delle aspettative create durante il voto, non si nasconde però nello staff del commediante, ma nel rapporto che intercorre tra i media, la Delacroy e i mercati finanziari.