punto criticoDa un paio di giorni amici e conoscenti postano e condividono un articolo di David Foster Wallace sull'affinità tra il cinema porno e il cinema con effetti speciali fini a se stessi.

DFW, genio prematuramente scomparso (domanda: se i geni prematuramente scomparsi restassero su questa terra a beneficiarci con la loro genialità continuerebbero a essere geni?) che osa scrivere cose che nessun altro osava pensare, ci informa che film come quelli di Cameron in generale e come Terminator 2 in particolare, assomigliano al cinema porno perché mettono insieme cinque o sei scene d'azione memorabili (assimilabili ai rapporti sessuali) con sessanta minuti di sceneggiatura piatta, spenta e insulsa. Il che, lo ammetto, il più delle volte ci sta anche.

La prosa di DWF è accattivante e piena di effetti speciali verbali: un paio di colpi esplosivi, citazioni pertinenti, un paio di furbe volgarità che piacciono al pubblico per la loro franca temerarietà. Insomma, l'uso che lo scrittore fa del film è del tutto strumentale e un po' pornografico: grazie a Terminator2 DFW gode senza limiti della propria brillante intelligenza senza assumere una posizione più originale di quella assunta da certi tromboni intellettuali davanti alle pellicole di Méliès o dei Lumière (Spari nel buio di Gian Piero Brunetta offre un eccellente campionario italiano di critiche schifiltose). Mentre leggevo mi venivano in mente le recensioni ai film di Gilliam: l'ultimo fa sempre orrore mentre il precedente era molto meglio, sebbene all'uscita fosse stato stroncato in favore del precedente e su su fino all'origine del mondo, che in questo caso specifico coincide con Brazil – chissà poi perché visto che l'origine che più low budget non si può è Jabberwocky. Bah!

Ma in mente non viene mai nulla per caso e infatti DFW ribadisce che abbondanti risorse uccidono il genio di un regista e Brazil era molto meglio de L'esercito delle dodici scimmie. Davvero ci vuole una mente spietata e originale per sostenere una simile scomoda verità! Piovono luoghi comuni come polpette (“quanto maggiore il budget di un film, tanto più il film farà schifo”) e il tono complessivo, invece di smuovermi la riflessione o irritarmi in modo costruttivo, mi fa affiorare solo colorite espressioni dialettali, non necessariamente volgari ma egualmente efficaci. La mia vita è cambiata dopo questa lettura? È cambiato il mio modo di vedere il cinema di Cameron, di vedere il cinema in sé? Dov'è la forza dirompente, la spregiudicatezze, la genialità di questo scritto? Io vedo solo un pensiero debole, moralista e frusto come gli articoli sulle tecnologie digitali di Repubblica, quelli pieni di rimpianti per le lettere scritte a mano. Attribuire al costo del mezzo virtù che andrebbero attribuite solo al contenuto mi sembra un azzardo e una scorrettezza intellettuale: un film può essere bello o brutto, utile o insulso, emozionante o deprimente indipendentemente da quanto è costato. Potrei stilare una lista di low budget schifosi lunga come quella portata da DFW in senso inverso, ma ho pietà del prossimo.

Negli stessi giorni i cui DFW rimbalzava nella rete su L'Unità on line è comparso un articolo di Crespi che manifestava sgomento e disgusto per le pratiche sessuali variamente perverse a cui era stato costretto ad assistere durante la Mostra del cinema di Venezia. Contrariamente a quelli di DFW, i film visti da Crespi potevano scivolare con maggiore facilità nel porno (anche con sovrapposizioni tra interpreti del genere che la grancassa pubblicitaria non ha mancato di sfruttare), ma non necessariamente erano mastodontiche produzioni statunitensi o ricorrevano agli effetti speciali. Cioè sì, l'evirazione nel film di Kim Ki-duk (uno che incomincio a chiedermi se ci è o ci fa) era sicuramente un effetto speciale, ci mancherebbe!, ma ci siamo capiti: nessuna innovazione tecnologica digitale del genere di Avatar si è accoppiata con stupri, pedofilia e gente che si pulisce il culo con un bastone. Come DFW avrebbe potuto fare salti mortali su Treminator2 e si è limitato a rotolarsi un po' svogliatamente, anche Crespi avrebbe potuto calare la scure su un'infinità di aspetti discutibili dei film da festival. Non che non lo abbia fatto, da qualche parte, ma l'indignazione si è persa tra un lungo prologo sulle parole che è stato costretto a usare per indicare gli atti a cui aveva assistito e una nostalgia per il cinema di Capra e di Ford complessivamente passatista.

Mi rendo conto che fare la critica alla critica è un'azione da gente che ha tempo da perdere, ma la mancanza di efficacia comunicativa è un evento che mi rende particolarmente triste. D'altra parte la mia efficacia è ancora più labile degli autori citati e dunque passo a un esempio pratico di analisi discorsiva che non offusca la personalità dello scrivente e del film, un esempio in cui si chiamano le cose con il loro nome senza chiedere scusa per averlo fatto. Il film, che non amo particolarmente ma che rispetto, è stato ripetutamente accusato di indulgenze pornografiche ed è rigorosamente low budget e senza effetti speciali di ILM:

Stasera abbiamo visto il film Sebastiane per la seconda volta – la prima è stata a Londra nel 1977.

L'azione si svolge nel terzo secolo d. C. La scena principale è un avanposto militare romano in una rovente isola desertica, composto da annoiati soldati in foia sotto il comando di un tetro capitano in foia. Se vi piace – come a me piace – guardare aitanti giovanotti che simulano, anche se in modo poco convincente, di incularsi a vicenda, e se non vi disgusta – come a me non disgusta – un grande spargimento di sangue, il film è avvincente. […] ma ciò che mi ha interessato maggiormente, questa volta, era il problema etico sollevato dal rapporto tra Severus, il capitano, e Sebastian, un ufficiale degradato che si è da poco convertito al cristianesimo e presta servizio sotto di lui come soldato semplice.

Severus vuole avere rapporti sessuali con Sebastian. Sebastian rifiuta perché, come cristiano, sente che assecondare la lussuria di Severus sarebbe peccato. Come cristiano, rifiuta anche di prendere parte alle esercitazioni belliche, […]. Così Severus ha un pretesto per punirlo per insubordinazione […].

Severus, tuttavia, resta colpito dalla forza interiore con cui Sebastian sopporta senza un lamento la sua punizione e comincia a innamorarsi di lui. […] Quando Sebastian lo respinge di nuovo, Severus si umilia e lo prega dicendo: “Ti amo – amami”. Sebastian insiste nel rifiuto. Così Severus, in preda alla rabbia e alla frustrazione, lo fa crivellare di frecce.

Il problema è questo: Sebastian doveva respingere Severus? […] No”.

 

Ecco: c'è il film accusato di pornografia che indulge nella provocazione estetizzante, c'è il punto di vista insieme originale e provocatorio del critico (comprensivo del piccolo petardo stilistico del linguaggio esplicito) e c'è pure la riflessione di ampio respiro etico, candida perla nel letamaio della provocazione. Il resto si può leggere con calma e agio in Ottobre nella traduzione di Maria Pia Tosti Croce, cercando contemporaneamente di risolvere questo mistero:

perché così pochi appassionati e studiosi di cinema hanno letto Isherwood?