la nostalgiaQuella che vedete qui a sinistra è la copertina non già di un manuale per apprendisti bolscevichi, ma di un libro che è riuscito ora a farmi ridere, ora commuovere, ora a sbriciolarmi in mille ripensamenti e scuotimenti del capo per dire a me stesso: “No, no, no, no”.

Il libro si chiama Leksikon Yu Mitologije e non credo che mai ci sarà qualcuno che sentirà il bisogno di tradurlo in italiano. Ma ha tre cose che mi sento di lodare o di mettere sul tavolo in quanto degne di essere vagliate.

La prima è la grafica, impostata come un falso cimelio d'epoca che mira ora a contraffare, ora a emulare, ora a parodiare uno stile d'altri tempi. La seconda è caratteristica di questo specifico libro come mezzo di comunicazione, cioè il suo ondeggiare tra la troppo fluida rete e la troppo statica pagina a stampa. La terza è la più problematica, perché questo libro-contenitore (un'enciclopedia borgesiana, che per necessità è ironica, dalla prospettiva policentrica e in fin dei conti assurda) porta a galla il problema della nostalgia, sotto-categoria della memoria, sotto-categoria dell'identità, sotto-categoria di una marea di problemi che ci premono. Ma andiamo con ordine.

Nel 1989 Dubravka Ugrešić (autrice di diversi studi di letteratura comparata e di romanzi come Štefica Cvek u raljama života e Forsiranje Romana-Reke) assieme a Dejan Kršić e a Ivan Molek della rivista Start, lancia l'idea per un Lessico della mitologia jugoslava:

 

Spettabili,

la redazione di Start, di Arkzin e di Arkzin/Rende vi invita a collaborare al progetto per un libro e un sito web del Lessico della mitologia jugoslava [Leksikon jugoslavenske mitologije]. La tesi da cui parte il nostro progetto è che esiste un lessico della locale – ex-jugoslava – cultura popolare, dei concetti articolati che potrebbero aiutare a definire le nostre identità. La situazione politica lo mostra chiaramente. Il problema è più ampio della mera mancanza della locale – jugoslava – cultura popolare. La questione della nostra (post)jugoslava identità-origine-fonte-passato comune, dovremmo indagarla non tanto per il mondo ma in primo luogo per noi stessi. Il futuro Lessico lo abbiamo immaginato come una qualche forma dell'enciclopedia borgesiana. Ci aspettiamo da voi, nostri collaboratori, una fantasiosa e non tecnica trattazione dei concetti (miti, fenomeni...) della quotidianità jugoslava (quella politica, ideologica, consumistica, mediatica, ecc.) dal 1945 a oggi.

 

La frase da rileggere tre volte è: «non tanto per il mondo ma in primo luogo per noi stessi». Anche perché nel 1990 questo Noi Stessi scolorisce per sempre e l'umile progetto del Leksikon naufraga prima ancora di salpare. Durante la guerra tutto ciò che va sotto il vessillo jugoslavo è una moneta che si svaluta nel momento stesso in cui viene nominata – la gente è restia a parlare di Noi, è un pronome scivoloso. Siamo alla cesura storica, dopo quel periodo (1990-1999) niente sarà più come prima. Poi però qualcosa cambia, tanto per le vie delle città quanto nell'animo delle persone. La nostalgia per l'era jugoslava (1945-1990) inizia circa nel 1999 (cioè quando i trombettieri della Nazione escono di scena) e fiorisce nel periodo 2004-2009. Adesso è un fenomeno di costume, ma l'idea del Leksikon riparte nel 2001, quando un piccolo gruppo zagrebese e uno belgradese mettono in rete un sito che ripropone l'idea della Ugrešić: cosa vi ricordate, cos'è tipico, nei vostri ricordi, di quegli anni, quali precise forme aveva?

Come altri fenomeni affini del nostro tempo, la cosa più curiosa è che il progetto nasce in rete, si dilata fino a che pare quasi che se ne sia perso il controllo, poi compie una migrazione retrograda verso l'universo della carta tradizionale e infine, nuovamente, ritorna alla rete dove continua a compiere delle oscillazioni tra l'etere e gli scaffali delle librerie.

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Se vi ricordate, nel film Midnight in Paris (2011) il personaggio pedante ci dice con un filo di sussiego che «la nostalgia è la negazione di un presente infelice. Il nome di questo falso pensiero è Sindrome dell'Epoca d'Oro ed è l'idea errata che un diverso periodo storico sia migliore di quello in cui viviamo; è un difetto dell'immaginario romantico di quelle persone che trovano difficile cavarsela nel presente.» Dunque la nostalgia altro non è che una resa, un modo con cui diciamo a noi stessi e agli altri che adoriamo un simulacro del passato poiché il presente è poco accogliente e il futuro è una grande porta senza maniglie, senza serratura e chiusa dal lato opposto al nostro, attorno alla quale si può solo girare senza varcarla. Ed ecco anche il motivo per cui il protagonista del film continua ad applicare alla Parigi turistica odierna, in cui i film visti al cinema sono «divertenti ma dimenticabili», un filtro che ha le luci e i colori degli anni Venti.

Con il Leksikon però questo ragionamento (che condivido, comunque) non fila perfettamente. La nostalgia, secondo alcuni, può essere regressiva oppure può essere una nostalgia critica. La prima è quella cocciuta volontà di vivere in quel tempo in cui le cose mi andavano più o meno bene, poco importa se il tempo è passato. In questo ci vedo i ricordi legati al passaporto jugoslavo, o le popolarissime magliette con stampato Tito, una sorta di Ernesto Guevara, che nel caso nostro però equivale al carezzare un vecchio coccodrillo solo perché abbiamo la certezza che ha perso per sempre i denti e ha la mascella fuori uso. Oh, le frisson du pouvoir!

La seconda forma di nostalgia è invece un operazione con cui si rievoca il passato per sondarlo e interrogarlo, anche in modo scanzonato, con un discorso sotteso che colloca me stesso, così come sono adesso e in questo luogo, all'interno di quel punto della storia, che è un altrove (luogo estraneo) e un allora (un tempo passato). È dunque un'indagine anche sulla mia identità, che corre sul filo della memoria.

C'è una bella canzone recente di Darko Rundek, che si intitola Šuvar i Varivo (2009), che inizia con lui che entra nel ripostiglio e ci trova una sedia spaccata, delle vecchie riviste, una poltrona e un armadio. E dall'armadio cadono... dei vecchi sandali di pelle.

E qui inizia la canzone che dice: nei miei vecchi sandali di pelle non ero mai infelice, si sarebbero messi a ballare ogni volta che li avessi incontrati. Con essi non ero mai solo e stavo in compagnia tutto il giorno. Nella mia città natale si ballava la samba, la rumba, il cha-cha-cha. Che anni! Non volevo mai lasciare tutto, strapiene di segreti erano le notti, non sapevi mai cosa ti aspettava e poco importa se si mangiasse un solo pasto al giorno. Oggi invece abbiamo uh-hu-hu e anche di più...

Come si vede nella canzone è completamente assente il Maresciallo così come è assente il Partito, eppure il testo riesce a dare una melodia a quel sentimento dolce-amaro che è, in fondo, una nostalgia critica, capace di guardare al passato con onestà, ma senza indugiare in atteggiamenti ipocriti di adorazione per qualcosa che allora non era affatto amato, se non per ragioni di pecunia o di carriera.

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Tornando al Leksikon, leggo:

OPA MIKI!

Esclamazione abbastanza popolare e dall'etimologia ignota, può esprimere meraviglia e/o compiacimento; una variante più vecchia di questa esclamazione suona «opa bato!».

 

Letto così, in italiano, non dice granché. Uno dei miei zii aveva l'abitudine di dire “Opa Bato!” quando aveva davanti agli occhi un gioco di prestigio oppure una fregatura in corso. Qualcuno lo usa ancora.

NEGRO – LO SPAZZACAMINI DELLA GOLA Qualcosa di duro e appiccicoso e dal sapore orrendo e per di più di colore nero, per cui si diceva fosse una super caramella per i bambini

La caramella Negro era un piccolo parallelepipedo nero, il cui sapore mi confondeva, ma mi convincevo che, in fondo, era buona. E viene da ridere al pensare che ai bambini della generazione dei miei genitori (cioè figli del Boom economico), questa caramella faceva un effetto simile. Nella nostalgia (e dunque nella voga vintage) stiamo ancora facendo i conti con il Novecento, con la sua modernità rombante, con il problema che concatena utopia, potere, rivoluzione e cultura. Il discrimine in questo tortuoso discorso sull'identità, sta nel volerne proteggere una oppure nel ricercarla, cioè metterla in crisi laddove ciò sia necessario.

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A chi fosse ulteriormente interessato a quanto detto sopra, posso consigliare i sito del progetto Leksikon, che è ancora attivo, assieme ad altri due indirizzi che gravitano in quest'area.

Quello di cui ho parlato se non è risultato patetico lo devo ai sottostanti articoli: