VomitoMuoio.

Non riesco più a tenere in bocca quell'osceno senso di iper-salivazione.

Mi sento affogare.

Tutti quegli input sensoriali mi hanno dato alla testa.

La ragazza indiana all'entrata, nel pianterreno ,mi ha sparato in faccia un profumo che sapeva di automobile nuova. La gente continua a darmi botte da almeno un' ora. I loro pacchi mi picchiano sugli stinchi. Una spallata da un padre mentre urla alle sue due mocciose, una donna in nicab senza guardami in faccia mi ha pestato un piede, un polacco con le mani enormi, al telefono, mi ha sputato in faccia. I commessi isterici gridano augurandomi buon natale. A novembre. Il 10 novembre per la precisione. Gli addobbi natalizi puzzano di asettico, hanno l'odore dei materiali sintetici e vorticano intorno a me come in un incubo da acido andato a male. Il sudore freddo e le gambe molli mi hanno attaccato già dalla metro.

Tutta quella gente.

Dove deve andare?

Che deve comprare?

Perché?

Miserabili.

I nuovi miserabili hanno tutto e vogliono tutto. Questo li rende immorali. Il sesto paia di scarpe, il diciottesimo albero di Natale di plastica. Troppa puzza di merda.

Sulle scale mobili una ragazza spagnola e il suo amichetto isterico stanno urlando al telefono: ogni cosa è fantastica, è tutto bellissimo, colorato, profumato.Sorseggiano il loro megafrappuccino all'albicocca, caffè, cacao, caramello, panna e smarties di Starbucks – la vita è meravigliosa. Il giorno libero da un lavoro di sessanta ore settimanali.

Il giorno libero da passare al centro commerciale.

Almeno si facesso di eroina, sarebbero almeno umani.

Al quarto. Cristo santo. Perché il colloquio di lavoro lo devo avere al quarto piano? Perché maledizione? Al secondo piano, per raggiungere le scale mobili per il terzo, mi hanno fatto circumnavigare l'intera area. Elettronica per la casa: una ragazza russa mi ha afferrato per un braccio implorandomi di comprare un blender rivoluzionario, hi-tech; uno spilungone inglese mi ha aggredito perché non posso uscire di lì senza il nuovo Samsung. Ho cercato di disarcionarmi da quel volto disperato, il suo alito puzzava di morte, probabilmente alla mensa in cui doveva mangiare tutti i giorni davano teste bollite di dipendenti licenziati.

La zona casalinghi con i suoi centoventottomila asciugamani, cuscini, posate, tavoli, sotto bicchieri, tovagliette, piatti, specchi, abatjour è come una fattoria

Nessun posacenere. L'unica cosa che avrei rubato.

Mi sono perso. Dove cazzo sono? Ho cominciato a sudare, ma non volevo togliermi il cappellino né tanto meno il cappotto. Una corazza contro l'impero. E poi tanto è sudore freddo. L'odore dalla postazione nespresso mi ha preso alla gola: una specie di acido in fondo alla bocca, deciso a non mollarmi. Giro per il secondo piano come nel ventre di una balena in putrefazione. Nemmeno la musica mi ha dato tregua con i suoi ottanta motivetti diabetici di jingle bells.

Sono arrivato alle scale mobili del terzo piano. Mi appoggio al corrimano della scala mobile che, per darmi ancora più fastidio, decide di non assecondare il movimento della scala: perde un paio di frazioni di secondo ogni due metri per cui non ho la testa in linea coi piedi e devo restare aggrappato alla scala mobile per non cadere.

Sono senza lavoro da un paio di mesi, ho bisogno di soldi perché stanno finendo quelli messi da parte al ristorante. Mi hanno chiamato da John Lewis, reparto cancelleria. Commesso a tempo pieno per vendere penne. “Cerchiamo ragazzi motivati”, diceva la nona mail che mi ero scambiato con un generatore di risposte automatiche per i colloqui preliminari. L'enfasi era tutta sull'importanza della motivazione che avrebbe spinto il candidato a vendere articoli di cancelleria. Be', pensavo di rispondere: “Mi piace l'odore delle matite temperate”. Suona abbastanza psicopatico che potrebbe piacergli. “Mi masturbo pensando alle matite temperate”, era la variante nel caso avessi avuto uno/a stronzo/a di fronte. “Le motivazioni si esauriscono sempre nella produzione di testosterone, è inutile che faccia quella faccia”, avrei continuato, portato via a forza dalla sicurezza.

Il terzo piano è esclusivamente adibito alla vendita di prodotti natalizi. Alberi di plastica. Tanti alberi di plastica. Palle di Natale. Tante palle di Natale. In un angolo però intravedo due cose che mi gelano il sangue: maschere e coriandoli. Cristo Santo, hanno già iniziato col Carnevale? [cioè, davvero? Non basta Halloween?]

Un capo reparto (l'ho assunto dallo sguardo idiota e dai tre doppi menti) ha il colletto della camicia così stretto che sembra che stia per soffocare. La cravatta con la renna che deve abbinare all'austero vestito di sartoria inglese lo fa sembrare il figlio stupido di una famiglia benestante di periferia:“Giovanni mettiti la cravatta con la renna che è Natale”. “Sì sì cravatta... Io cravatta..”. Cammina gonfio, con le sue scarpe quadrate. Immagino le indossi per schiacciare le formiche negli angoli. Almeno lo spero, sarebbe un'ottima scusa.

Della neve finta mi si attacca alla barba, proprio tra i baffi e il naso, facendomi sembrare una foto in negativo di Hitler. Sento troppa saliva agli angoli della bocca. Dev'essere quell'odore di (deodorante allo) zenzero e di (vaporizzatore al) marzapane che la cassiera del reparto natalizio, una ragazza italiana con le pieghe di grasso sotto i seni, ha sparso in aria senza cognizione. Ride di gusto. Una risata matta, senza ironia.

Ho trovato le scale per il quarto piano, simbolo della mia salvezza e della mia condanna. Salgo lentamente, ancora nella posizione del trampoliere in procinto di cadere all'indietro, sempre a causa di un altro corrimano non sincronizzato al resto della scala mobile.

Vedo centinaia di persone sotto di me. Vedo le stelle degli alberi di Natale, leggermente afflosciate da un lato; vedo le code di cavallo delle tre ragazze all'entrata che vaporizzano quel profumo di servosterzo fresco di pacca.

Arrivo in cima, vedo la porta degli uffici.

Non resisto, non ce la faccio più. Quando una botta di profumo di caffè acido mi arriva dentro al naso l'acqua alla gola diventa un torrente.

Mi volto e butto la testa al di là del corrimano.

Mentre mi accompagnano all'uscita vedo di sfuggita una ragazza piangere e un paio di alberi di Natale miseramente crollati, con le palle in frantumi.

Le mie gambe sono molli.

Due energumeni mi stanno tenendo su.

I loro cappotti puzzano di lana bagnata.

All'uscita vomito ancora sotto la piaggio di un novembre caldo e umido.