penelope ulisseCome una molto meno stilosa Carrie Bradshaw, mi trovo sola nel mio appartamento a sorseggiare caffè da una tazza enorme e a riflettere sui rapporti sentimentali, soffermandomi in particolare sul tema "separazioni". Non quelle definitive, sui cui il tempo è il miglior lenitivo, ma su quelle temporanee, quando la coppia è distante e la quotidianità è sospesa. Uno dei due parte per un determinato (o indeterminato) periodo di tempo e l’altro resta, le abitudini di uno cambiano, per quello che resta si congelano e, affettivamente, si attende il ricongiungimento.


A prescindere da quanto tempo dura una separazione la coppia cercherà di colmare l’assenza sentendosi spesso telefonicamente o videochiamandosi via Skype, scrivendo frequenti e-mail e messaggi e tenendosi in contatto con tutti quei meravigliosi mezzi che la tecnologia ci ha messo a disposizione migliorandoci la vita; consentendoci di condividere sia attimi importanti quanto le sciocchezze, come se quei chilometri di distanza non esistessero.
Questi pensieri, ormai pure un po’ scontati, mi hanno condotta alla conclusione che le nostre relazioni non sono più mica tanto epiche. Le distanze si accorciano, la comunicazione è immediata: sappiamo quel che accade a una persona nel momento stesso in cui la vive, la giornata trascorsa viene raccontata già alla sera guardandosi negli occhi grazie al monitor. Se sentiamo la mancanza fisica dell'altro -toccarlo, sfiorarlo, sentire i suoi movimenti e la sua vicinanza- la malinconia e le conseguenze emotive dell’assenza sono attenuate. I romanzeschi sospiri e le romantiche fitte al cuore che si pativano una volta a causa della lontananza ormai non sono più gli stessi, e così è diverso il modo di vivere l’attesa e di soffrire. Forse non saremmo neanche più capaci di attendere giorni e mesi senza avere notizie dell’altro, confermando che la stoicità dell’attesa non fa più parte della contemporaneità, perché per questo ci vogliono pazienza, fiducia e un corpo forte. Anche in Guerra e Pace Nataša era giunta al limite, divorata e consumata per l’assenza e l’amore di Andrej. Noi arriveremmo a quel punto? I sentimenti restano sempre gli stessi, ma oggi come reagiscono gli amanti non potendo né vedersi né sentirsi per tanto, troppo tempo?
Probabilmente La peste non avrebbe avuto la stessa forza narrativa -anzi, magari Camus non l’avrebbe nemmeno scritta essendo il concetto di separazione dai propri cari il fil rouge del romanzo- se il dottor Rieux e gli altri cittadini segregati a Oran avessero avuto una connessione internet e Skype per addolcire i momenti di terrore e contenere il dolore della lontananza, perpetrando in tal modo una parvenza di normalità.
Forse anche Clelia e Fabrizio avrebbero potuto vivere l’inizio della loro storia con più agevolezza evitando i sotterfugi e i pericoli corsi per vedersi solo qualche istante da due finestre dirimpetto, ma, anche qui, La Certosa di Parma non sarebbe il romanzo che è.
Renzo e Lucia avrebbero sopportato meglio il distacco se avessero potuto scriversi ogni tanto su WhatsApp per sapere come stavano (“cara, ho preso la peste :-( ”)e condividere qualche foto dai vari posti in cui si trovavano, ma a loro, alla fin fine, è andata bene comunque e avranno pure avuto di che raccontare ai nipoti.
Non ci sarebbero state scuse per Ulisse di continuare a perdersi nel Mediterraneo –toh, casualmente- trovando belle donne che lo ospitavano, dimenticando Penelope regina e prigioniera della loro isola, se la nave fosse stata dotata di gps. Almeno lei non si sarebbe preoccupata per tutto quel tempo restando senza notizie con la mente rivolta sempre allo stesso pensiero e alla stessa paura.
Critici e studiosi letterari hanno analizzato le peculiarità del romanzo novecentesco, distinguendo i filoni esistenzialisti e individualisti, riconoscendo i momenti storici che hanno segnato e modificato il modo e il senso di vivere dell’uomo contemporaneo, stabilendo, inoltre, che con il novecento sfumano i romanzi di carattere epico, di cui Guerra e Pace è l’ultimo degno rappresentante, sebbene il romanzo di Tolstoj si riveli già un ponte tra un'epoca e l'altra.
Credo, infatti, che storie basate su amori così segnati e tormentati dalla separazione non ne troveremo mai più in letteratura proprio perché il problema, grazie alla facile comunicabilità, non si pone nella stessa "drammaticità". D’altronde la vita, con le sue vere storie d’amore connotate da problemi concreti, suggerisce e continuerà a suggerire altri milioni di spunti narrativi; le relazioni umane e affettive saranno sempre al centro della letteratura, lo saranno solo sotto altre angolature, forse sono e saranno meno epiche, più riflessive e interiori, che spaziali ed errabonde. Meno strategiche e con meno contrasti e intromissioni da parte di barbari estranei e presentando più contrasti con l’Io, l’Altro, la Vita e la Storia. È iniziata una nuova epicità.