PoCi sono dei momenti in cui il caso e la vita ti pongono davanti a situazioni che preferiresti ignorare. Non parlo di grandi tragedie o eventi sconvolgenti, parlo di piccole seccature la cui insensatezza lascia increduli e irritati.

Un esempio è lo scontro politico tra Giorgia Meloni e Guido Bertolaso per la carica di sindaco di Roma: la prima si occompagna con i più rigidi tradizionalisti, maschilisti e sessisti del regno, partecipa ai Family Day e si attiene al trittico Dio-Patria-Famiglia (un trittico che fin da bambina completavo allegramente con la rima: e l'accidente che se li piglia!) e poi trassecola quando questi le dicono che una mamma non può fare il sindaco; il secondo si comporta con la più assoluta e ottusa coerenza. Gli attanti sono così incredibili e discutibili che l'azione passa in secondo piano sebbene, per quanto si possa essere irritati, si resta ancora nel campo delle cose serie. Ma quando Adinolfi tuona contro Kung-fu Panda 3 in quanto responsabile di sostenere la “teoria gender” e Fabio Volo lo contesta con affermazioni che diventano dei boomerang l'unica domanda possibile è: perché?
Perché tocca ascoltare tante stupidaggini in una vita sola?
Mentre sto scrivendo (mercoledì 16 marzo 2016) Kung-fu Panda 3 non è ancora in sala. Lo è stato lo scorso fine settimana in anteprima nazionale, una specie di stuzzichino prima dell'uscita ufficiale di domani. È probabile che – come me – anche Adinolfi lo abbia visto in anteprima e dunque ne parli con cognizione di causa anche se deve essersi addormentato durante alcuni passaggi cruciali. Oppure non lo ha visto e gli è bastato il trailer, una pratica usata da molti polemisti narcisisti che sfruttano il film del momento come gli pare pur che si parli di loro e delle loro manie, altrimenti non si spiega il canaio provocato dai due padri del panda Po. La storia è nota a chi frequenta il Palazzo di Giada di maestro Shifu già da Kung-fu Panda 2: per sfuggire alla furia omicida di Lord Shen la madre di Po mette in salvo il figlio nascondendolo in una cassa di rape; le rape vengono consegnate al ristorante dell'oca Ping e, sebbene non appartenga alla propria specie, Ping tiene con sé il panda e lo cresce con cura e amore, tanto che solo da adulto Po comincia a chiedersi chi sia il suo padre biologico. Il vedovo e indubbiamente eterosessuale Li Shan raggiunge il figlio in questo terzo capitolo e quindi è vero: Po ha due padri, uno biologico e uno adottivo. Tra Ping e Li Shan non c'è una relazione sentimentale, non sono una coppia, non vivono insieme, non hanno affittato un utero e nememmo un uovo. Sono nelle condizioni, oggi facilmente riproducibili in terra e in mare, di una famiglia tradizionale smembrata da una calamità o da una persecuzione, il cui figlio viene salvato e accudito da un buon samaritano. Cosa ci sia di turpe in tutto questo lo sa solo Adinolfi. Io ho visto solo una storia articolata in tre episodi ben strutturati, coerenti e divertenti in cui si racconta come spesso il meno adatto (per indole, fisico o destrezza) si rivela come il portatore di qualità eccezionali. Un messaggio altamente edificante. Lo scandalo è nell'occhio di chi guarda, si diceva una volta. Oppure si diceva: onni soit qui mal y pense, ovvero che cada lo stigma su chi ci vede qualcosa di male in un gesto di gentilezza.
A questo punto è intervenuto Fabio Volo che, dal mio punto di vista, è un'altra di quelle rette che non vorrei mai incontrare eppure ogni tanto intersecano il mio cammino. Volo doppia, senza infamia, Po (in originale doppiato da Jack Black) e si è sentito parte in causa rispondendo proprio come Adinolfi desiderava: “Hai trovato nella religione una casa confortevole per le tue patologie”. Inutile dire che il candidato sindaco di Roma per il Partito della Famiglia non aspettava altro: martire della causa, oltraggiato dai depravati, vittima del secolarismo e del gender-che-non-c'-è. Magnifico autogol, Volo! Parlare di patologia e psicopatologia in questo contesto poi suona come una beffa visto che fino all'altro ieri ogni variazione all'eterosessualità era rubricata come “personalità psicopatica”. Insomma, il DSM, con la sua natura variabile e capricciosa, sarebbe meglio lasciarlo fuori dal Vademecum dei Sanguinosi Insulti.
Al di là dell'evidente necessità di far parlare di sé con modalità che René Ferretti saprebbe condensare in una frase, forse quello che ha seccato il paladino dell'unica famiglia amissibile è l'evidenza che nel film di Jennifer Yuh e Alessandro Carloni non c'è nulla di “contronatura” e la storia della tribolata infanzia di Po è la prova provata che un single può adottare un bambino per generosità e altruismo, fondando con lui una famiglia senza bisogno di altre figure genitoriali. Un bambino ha bisogno di affetto, rispetto, cibo, vestiti, istruzione e un tetto sicuro. Non importa chi glieli fornisce se glieli fornisce di buon grado e di buon cuore. Il resto sono miserabili pretesti di autoaffermazione fatti in nome di ideali nobili nell'apparenza ma vuoti come il guscio di un insetto nella sostanza.