L'altra sera apparecchiavo la tavola dando le spalle al televisore e sentivo una voce maschile che infilava perle di saggezza sufficienti ad aprire una catena di bigiotteria.

 I concetti erano del tipo: le donne sono migliori degli uomini; il rapporto tra due uomini è paritario, quello con una donna ti cambia radicalmente. Imbeccato dal conduttore, il profluvio di banalità sembrava inarrestabile e vago come tutte le generalizzazioni: gli uomini, le donne, i gay, le lesbiche, gli alieni che vivono su Alpha Centauri, si comportano tutti nello stesso modo, fanno tutti le stesse cose. Mi sono voltata verso il televisore chiedendo inviperita: “Ma chi sei, Giovanardi?!?”

Era Ferzan Ozpetek che promuoveva il suo nuovo film.

Non posso dire di essere rimasta sorpresa, perché la generalizzazione è la forma narrativa più praticata, soprattutto nel cinema italiano, soprattutto quando si cerca di vendere un prodotto a un target preciso. Però avrei voluto essere sorpresa, perché se sei un artista che vuole mostrare qualcosa di invisibile sarebbe tuo diritto e dovere evitare gli stereotipi, cercando di sfuggire a quella forma di razzismo inverso che mette l'altro più in alto e non più in basso del punto in cui collochi te stesso. Più in alto o più in basso significa mai degno dello stesso rispetto che riservi a te stesso; in più la generalizzazione è disumanizzante perché leva quei dettagli che ci rendono distinguibili. È un diritto inalienabile essere donne e stronze, gay e ottusi, maschi etero e piagnoni. Ma anche italiani privi di umoralità e di istinto, di buon gusto e di cinismo, di santi, poeti, navigatori, prelati e suore.

La grande bellezza, per dire, sta scatenando la sagra dello stereotipo. Le reazioni all'assegnazione dell'Oscar sono sempre esagerate e mal riposte: non si tratta di un premio all'originalità o alla qualità intrinseca di un film ma alla produzione (e al successo) dello stesso. Il cinema è un'industria e l'industria deve fare profitto altrimenti si chiude baracca. Non c'è nulla di male se un film incassa, se è visto. Certo non si deve confondere tutto questo con l'automatica rubricazione nei capolavori – a volte capita, ma non è previsto E naturalmente non vuol dire che se un film vince l'Oscar sia una chiavica – a volte capita, ma non è previsto nemmeno quello.

E non è previsto che un'intera nazione legga nella vittoria di un Oscar due fatti: il riscatto internazionale della nazione stessa e il riconoscimento di un diritto a lungo negato. Dopo quindici anni l'Italia torna a vincere un Oscar, si legge sui giornali. E allora? Ci sono nazioni che non ne hanno mai vinti o che ne vincono uno ogni millanta anni, perché l'Italia dovrebbe vincerlo con più frequenza e deve sentirsi villipesa se non lo fa? Perché bisogna premiare l'Italia in virtù del passato indipendentemente dal presente così come si deve portare eterna gratitudine e giustificare ogni atto dell'esercito statunitense perché hanno sconfitto Hitler? Il paragone è esagerato, d'accordo, ma qui è tutta un'esagerazione e poco ci manca che nelle viscere dell'Oscar si sia trovata la durata del governo Renzi e la fine della crisi economica. Con queste premesse è ovvio che ogni tiepida reazione all'evento venga salutata con lai contro lo scarso spirito di corpo del paese, con la tendenza alla critica decostruttiva e all'esterofilia gratuita. Non è possibile innarcare il sopraciglio, non è nemmeno possibile l'indifferenza. E così lo stereotipo dell'italiano che si scopre tale solo quando gioca la nazionale (di qualsiasi sport si tratti) è a posto. Perché? Forse perché l'identità nazionale è un sentimento che non è mai penetrato davvero nel tessuto sociale; forse perché – come altri paesi che sono usciti dalla seconda guerra mondiale con la fedina sporca – da noi identità nazionale rima spesso e pericolosamente con nazionalismo.

Ma consideriamo gli ultimi quattro film italiani che hanno vinto l'Oscar: Mediterraneo, Nuovo Cinema Paradiso, La vita è bella e infine La grande bellezza. Ogni titolo porta in sé l'epitome dello stereotipo, ogni film è ciò che gli americani vogliono da noi: collocazione geografica marina o archeologica (o entrambe), nostalgia, amore e bellezza anche in guerra e tra le macerie, nonostante la guerra e le macerie. Poi una punta di individualismo e cinismo, comicità piuttosto che umorismo e antichi fasti cinematografici da rinverdire con la citazione palese (i film proiettati in Nuovo cinema Paradiso) o manipolata (il fellinismo de La grande bellezza). Quello che gli Stati Uniti (il mondo?) vuole dai registi italiani è un concentrato di luoghi, maschere e situazioni stereotipate. Ammetto che non è una scoperta straordinaria – e pensare che da qui parta una qualsiasi rinascita collettiva e omogenea del cinema italiano lo è ancora meno.

Arriva allora lo stereotipo dell'allenatore in panchina o dello sportivo da poltrona, giocabile in due versioni: quella dello stroncatore e quella dell'esaltatore. A cui corrisponde lo stereotipo del reattore, cioè di chi reagisce allo stesso modo a entrambi gli atteggiamenti: infuriandosi. Si infuria chi sente dire che il film è un capolavoro, chi sente affermare che è incomprensibile (e dunque fa c****e) o fa c****e in quanto incomprensibile. Ancora non è mi è pervenuto il: lo trovo anche troppo comprensibile, non di meno fa c****e, accompagnato da: è incomprensibile ma delizioso, due argomentazioni più imprevedibili.

Nella stereotipia polemica va aggiunta la polemica antiquaria e la falsa ingenua. Nella prima si inserisce il mantra: un film così significativo come può essere trasmesso in televisione intervallato dalla pubblicità? Quando la domanda davvero interessante è: che fretta c'era a mandare in onda un film che poteva essere ancora spendibile in sala? E che senso ha renderlo disponibile in dvd in edicola quasi contemporaneamente? Se uno dei punti di forza del film di Sorrentino è la bellezza della fotografia cosa ne resta in televisione e in dvd?

La polemica finto ingenua è quella sollevata da Michele Anzaldi, segretario della Vigilanza Rai, che chiede come mai La grande bellezza non sia andata in onda sulla Rai: i cittadini si attendevano di vederlo sul canale nazionale (io no, per dire, eppure pago il canone...) e cosa ha fatto il canale nazionale per acquisire i diritti? Anzaldi, andiamo!, va bene lo stereotipo del difensore del cittadino ma lei crede davvero che Medusa, dopo aver prodotto e distribuito il film, lo cedeva alla Rai? E se lo avesse fatto lo avrebbe fatto a carissimo prezzo, quindi sarebbe iniziata la sterotipata polemica del: dove vanno i soldi pubblici? Qui, se serve qualcosa di felliniano, è quella frase stracitata e mai applicata de La voce della luna, quella che dice: se tutti facessimo un po' di silenzio...

A questo punto, mentre si solleva qualche perplessità (va bene: son bei film, con bella fotografia e bei paesaggi e tutte le altre loro cosine a posto ma niente da gridare al miracolo) scatta l'ulteriore stereotipo, quello del regista italiano che ha vinto un premio (o più d'uno) all'estero e si aspetta, oltre al doveroso complimentarsi del Presidente della Repubblica e del Consiglio, il plauso e la gratitudine di ogni cittadino, dagli ospiti dei pensionati per anziani fino agli embrioni immortalati nella prima ecografia. In verità ci cascano tutti, non solo gli italiani: Angelopolous, Kiarostami, Zhang Ximou. E poi, certo, Tornatore, Salvatores, Benigni e la regina di tutti i maltrattati in patria, Franco Zeffirelli. Sorrentino e Servillo non l'hanno messa giù leggera quando il film doveva ancora ricevere l'Oscar: ci aspettano anni impegnativi. Mi sa che sono più romantica e meno cinica di Jep Gambardella perchè credo che l'eleganza di un'artista si noti nel mantenere un basso profilo e un'olimpica indifferenza alle critiche, soprattutto se non c'è rischio di giocarsi la carriera.

Ma decisamente questo non è uno stereotipo italiano.