Sexy crimesSi dice che la moda venda sogni – e probabilmente è vero. Ma a volte i sogni di alcuni sono gli incubi di altri. O almeno una di quelle veglie tediose in cui non si dorme e non si è svegli e il tempo non passa mai e ogni minuto è uguale al precedente al punto che diventa impossibile capire se sia passata un'ora oppure se sia già mattina.

Il mio incubo (quando ero più giovane) e la mia veglia annoiata (oggi) è quella categoria vasta, vaga e generalmente priva di sorprese che va sotto il nome di sexy. E con il termine non intendo la gamma semantica anglofona per la quale sexy può essere un cibo, una musica, il vicino di casa, un film o anche un barboncino, ma proprio quella fetta di abbigliamento femminile che sta in precario equilibrio tra il cocktail elegante e l'angiporto. Si tratta di una sorta di divisa fatta di vestiti (e atteggiamenti) così banali e scontati nella loro finalità e serialità da risultare una noia nella forma e nel contenuto – non importa se la loro provenienza è plebea o firmata. La (ri)produzione è pari a quella delle serigrafie di Warhol a cui riconosco il valore sociologico, mediatico e blablabla, ma detto questo ci mancherà pure che mi tocchi farmele piacere per forza.
Porsi perennemente nella categoria del sexy è come vivere in un lugubre, reiterato spot di profumeria di gran classe, pieno di immagini suggestive ma sostanzialmente insignificanti in cui gente imbronciata compie atti che vorrebbero essere emblematici ma finiscono per sembrare inconsulti. Guardate gli spot al cinema sotto Natale, se non avete presente. In realtà quello che mi lascia perplessa nei forzati di questa pratica è il falsare tutta una serie di rapporti fortuiti e quotidiani che non devono necessariamente concludersi con una scopata o un matrimonio. Ottenere per seduzione quello che ti spetta di diritto non mi pare una grande manifestazione di potere: l'impiegato scortese che diventa improvvisamente gentile davanti alla cliente sexy non conferma il potere di quest'ultima ma quello del suo essere funzionario cafone. Che sexy sia diventato sinonimo di elegante, di formale e di speciale lo vedo a ogni sessione di laurea: persone gradevoli nei modi e nell'aspetto mi ricompaiono davanti più alte di quindici centimetri, con cofane selvagge e vestiti che le impegnano a tirare l'orlo verso il basso. E tutto questo perchè? Perché la donna moderna alla mattina timbra il cartellino e seduce il prossimo suo come mai farà nessuno con lei stessa.
Miseria, che noia!
Ognuno è libero di adottare le strategie che preferisce ma non attribuiamoci poteri che non abbiamo – e non pensiamo sia obbligatorio un comportamento per ottenere un risultato. Quando viene esaltato l'essere sexy come la massima forma del potere femminile mi chiedo dove vada collocato il potere di attirare a sé individui che si ritengono insignificanti nella migliore delle ipotesi. Quello che voglio dire è: finora il sexy ha venduto e bene. Ma dal punto di vista del significato, cosa se ne ricava a piacere a tutti, anche alla gente che non ti piace? Cosa se ne ricava a essere sempre seducenti, ovvero, alla lettera, nel trascinare chiunque verso di sé fino a formare una sorta di ingorgo indistricabile? A che punto sexy è diventato sinonimo di gradevole, educato, piacevole? E lo è davvero sinonimo di tutto ciò? A che punto essere sexy è diventato indispensabile? E oltre un certo limite, non è che a questa ostentazione dozzinale si attaccano solo gli scarti e fuggono tutti gli altri? Quando sarà saturo questo mercato e si farà uno sforzo di immaginazione, una ripassata di vocabolario, un restyling semantico? A me piacciono le riviste di moda, mi piacciono le foto costruite e gli articoli pretestuosi su cosa si porta o meno. Come certi innamorati tenaci e speranzosi penso: “Su, stupitemi! Fatemi vedere che il tempo che avete usato a spremere le meningi per scrivere le didascalie ha prodotto qualcosa di veramente sorprendente”. Lo so, è difficile dire qualcosa di nuovo ma credo siamo tutti consapevoli, editori, autori e lettori, che potremmo prendere un numero qualsiasi e andando indietro di dieci o vent'anni troveremmo scritte le stesse cose. Come vi immaginate la donna? Sexy e poi dolce, determinata, indipendente, energica, materna, volitiva, ecceteraeccetera. Lo dico per voi. C'è la crisi, si bada al soldo, è inutile che telefonate pietando che rifaccia l'abbonamento a Elle o Vanity Fair: mi leggo quelli dell'anno scorso e sono a posto uguale. Il riciclaggio del sexy è sexy.

Indubbiamente il mondo è fatto di primedonne e spettatori e i secondi devono mimetizzarsi se vogliono osservare meglio i primi: i documentaristi non vanno a riprendere i leoni nel Serengeti con un completo di lamé e i tacchi alti. Così se tieni un profilo e i tacchi bassi credi di passare inosservata e osservare meglio. Ma è solo un illusione perché come si è sempre alla ricerca del nuovo nero, così si è sempre alla ricerca (infruttuosa, come per il nero) di una definizione di stile assolutamente nuova e sexy.
Da qualche tempo serpeggia in internet una parola piacevole da rigirarsi in bocca come una caramella eterna, tipo una rossana o una pastiglia Leone dal gusto sorprendentemente familiare. Dopo aver saccheggiato quanto di più sacro avevamo noi vecchietti (polaroid, vestiti che da ragazzini non avremmo messo manco morti, garget dal design vetusto) e aver spinto il mercato a creare oggetti misteriosissimi (capiamoci: ho visto delle mutande “hipster” in un negozio – a Gorizia, non a Milano) ora la tendenza più alternativa è quella più casuale e approssimativa che adotta la maggior parte di noi quando il lunedì mattina apre l'armadio e si veste al buio. Fino a ieri vi siete sentiti indifferenti a ogni tendenza, avete sempre infilato scarpe e vestiti che vi parevano adeguati alla vostra personalità incuranti della loro attualità. Insomma: se esiste l'ambasciatore del made in Italy voi stavate dalla parte opposta dello spettro a comprare magliette in qualche catena di abbigliamento svedese, tedesco, giapponese o canadese.
E io anche.
Mentre scrivo ho addosso un paio di pantaloni del pigiama grigi e vecchi, una maglietta a righe (io ho sempre una maglietta a righe, anche quando è in tinta unita: le mie magliette sono a righe nell'anima), un maglione vecchio e peloso che trascina la sua agonia nell'attesa di logorarsi del tutto e calzini rosa, pelosi pure loro. Ammetto che ci sia dell'intenzione in tutto questo, ma da qui a dire che seguo una tendenza ce ne vuole. E invece siamo stati stanati, incasellati e fermati con lo spillone: siamo normcore, l'anonimato è finito. Quando Vice dedica un articolo ai tuoi calzini ti senti come un dinosauro poco prima dell'impatto dell'asteroide e ti illudi che almeno Vogue ti lascerà in pace perché non ci ricaverà nulla nel sapere che hai comprato le all-star per 15 euro da un quattordicenne afflitto perché i piedi gli son cresciuti prima che potesse metterle due volte. Sono d'accordo che ci vestiamo anche per comunicare, ma la mia è una comunicazione solipsistica e gradirei restasse tale. Sono sempre stata convinta che le idee, i sentimenti e i significati migliori sono quelli che non si condividono con nessuno perchè non hanno nulla di speciale. Che il nulla di speciale sia il nuovo speciale mi rode – e non poco. Così ho guardato qualche foto di normcore esemplari e, dal mio punto di vista, non mi sono sembrati così comuni. Anzi, mi hanno ricordato la protagonista di Common People dei Pulp, quella che voleva vivere come la gente comune ma appena si fosse stancata sarebbe arrivato il conto corrente del papà a salvarla. Già il fatto di essere accompagnata dalla voce di Jarvis Cocker nel suo gran tour della normalità non aveva proprio nulla di comune.
In realtà non c'è niente di più variabile e inafferrabile della normalità. È come la texture della pelle umana: una maledizione da riprodurre, come vi potrà confermare qualsiasi animatore digitale. Eppure, per quanto seccata possa essere dall'idea che il mio giaccone preferito diventi emblematico nella sua banalità, non posso negare che questo desiderio di uniformità e mimetismo mi piaccia. Il mito dell'individualità da difendere sempre e comunque ha fatto più danni di quello che vorremmo ammettere. Ce l'hanno venduta per anni, in lungo e in largo: bisognava lasciare un segno, essere ricordati, catturare, sedurre, convincere. Oddio, ve l'hanno venduto perché, con tutta l'immodestia del caso, io non ci ho mai veremente provato - figurarsi se ci ho creduto!